Assoetica

RIFLESSIONI

articoli, incontri, interviste, considerazioni, conversazioni, riflessioni …

 

Futuro(1)

Il greco physis è tradotto in latino natura, con una certa ragione, se ricordiamo che natura deriva da natus -così come statura, idea astratta delle ‘stare’, deriva da status-. Ma il senso del greco è ampio, e forse per noi -ormai troppo lontani da quella visione del mondo- inafferrabile: physis è ‘in crescita’; in senso più ampio è più profondo è conoscenza primaria e intuitiva dell’essere: il cielo, la terra, le pietre, le piante e gli animali, l’uomo e la storia, sono frutto dell’agire di uomini e dei, e quindi destino.

Con sfumature e percorsi diversi, il concetto si sviluppa in altre culture. In sanscrito bhava è ‘divenire’, ‘essere’, ‘esistere’, ‘accadere’; ‘modo di essere, di agire, di sentire’,

‘amore’, ‘devozione verso Dio’. Il persiano budan è -ancora- ‘essere’.

In origine sta la radice indeuropea bheu -‘crescere’, ‘nascere’, ‘diventare’. E quindi ‘essere’, e  ‘abitare’.

In area germanica la radice si evolve in bu. Da qui, un senso di ‘abitare’. Da cui, in inglese, build, ‘costruire’; booth, ‘cabina’; bower, ‘alcova’, ‘pergolato’. Ma sopratutto l’ampio senso dell’‘essere’: ecco così in tedesco la prima e seconda persona singolare, bin e bist. E in russo byt, ‘essere’, ‘vita quotidiana’. E in inglese be.

In latino la radice  bheu è fonte di fuo, antico verbo che poi -nel senso di ‘io sono’- è stato sostituito da sum. Futurus, è participio futuro di  fuo. A differenza di altre lingue, in italiano il participio futuro non esiste. Per averne l’idea, dobbiamo ricordare parole che sono versioni italiane di participi futuri latini: nascituro: ‘che nascerà’; venturo: ‘che verrà. Futurus significa quindi: ‘che sarà’, ‘che è per essere’.

I latini distinguevano: facta e futura. Facta: ciò che è compiuto, realizzato, ciò che ha ormai preso una forma inalterabile. Ciò che ormai è scritto sui libri contabili. Ciò che ormai è dato.

Futura, ciò che deve ancora accadere, e dunque il tempo sul quale possiamo incidere. O sul quale possiamo scommettere, come accade con i futures, contratti che implicano una scommessa: indovinare il valore che avrà un bene, in un certo giorno avvenire.

Ma non solo la finanza riguarda il futuro. Altrettanto possiamo dire del lavoro, degli affari, dell’impresa, dell’azienda. Le azioni possibili sono nuove azioni. Ciò che possiamo fare è fare ciò che non abbiamo ancora fatto.

A ben vedere, il presente non è che il futuro più vicino a noi, il primo momento del tempo sul quale possiamo incidere. Il futuro è implicito nell’ora -in origine ‘stagione’- che stiamo vivendo. Sta a noi portarlo alla luce.



[1]    Tratto da: Francesco Varanini, Nuove parole del manager. 113 voci per capire l’azienda, Guerini, 2011.

 

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Diversamente udenti, diversamente  vedenti

da parecchio tempo  faccio lunghi percorsi quotidiani sui mezzi pubblici e seguo con interesse l’attività dei passeggeri, è istruttiva. Ad esempio so quanti leggono e che cosa, quotidiani, free press, libri  o dispense, so la percentuale di scarpe da ginnastica rispetto a quelle di cuoio, quella degli extracomunitari rispetto agli autoctoni e quella di chi ha il telefonino in mano per giocare  ma la più impressionante è quella dei “connected”  totalmente isolati dal resto del mondo col loro earphone che impedisce qualsiasi contatto umano. Diversamente udenti perchè presi esclusivamente dal suono che gli arriva dritto nei timpani e anche diversamente vedenti per via di quello sguardo vacuo che va oltre chiunque senza intercettarlo. Sono i nostri giovani zombie sempre connessi e sempre assenti, che tornano in sè solo con lo squillo di chiamata in arrivo, possibilmente petulante  e invasivo.

Ragazzi dis-connettetevi, dateci  almeno un’oretta di voi stessi  e fate presto per favore, l’alienazione è vicina.
Stay disconnected please.

Bruno
7 Dicembre 2011

 

Dietro il fumo della sussidiarietà

di Francesco Varanini

Uno striscione

Martedì 30 novembre 2010. Esco dalla Stazione Centrale e lo sguardo mi cade sul Pirellone. Quel simbolo dell’Italia orgogliosa del boom, che l’anarchi­co protagonista della Vita agra di Luciano Bianciardi voleva far saltare in aria.

Il grattacielo Pirelli, come ognun sa, è oggi la sede della Regione Lombardia, anzi, lo era, declassato ora dalla grandeur formigoniana che ha voluto, nei pressi, un altro grattacielo, più pomposo e meno elegante.

Ma ora guardo il Pirellone e mi sorprendo, c’è qualcosa che non va. Sulla facciata, per l’altezza di cinque piani, campeggia sulla superficie vetrata uno striscione. “Salviamo la vita dei cristiani in Iraq e nel mondo”.

Come si può essere arrivati a questo? Non si tratta forse di una pubblica istituzione? Non sono forse uguali tutti i cittadini di fronte alla legge? Lo Stato italiano non è forse uno Stato laico? O viviamo magari oggi in uno Stato etico, che ci guida e definisce per noi verità e bontà e giustizia? I martiri cristiani sono forse diversi dagli altri?

Tutto risale, come cercherò di spiegare, ad una parola: sussidiarietà. Parola ipocrita dietro alla quale si nasconde, a ben vedere, un mostro istituzionale ed ideologico.

Un gioco asimmetrico

Quando la Chiesa perse il potere temporale, si mantenne per qualche anno di sdegnoso isolamento, anni in realtà dedicati non a portare alla luce un proprio modo di manifestarsi libero da dominio, lontano dalla politica, ma dedicato al contrario a formulare una nuova strategia politica orientata al dominio.

Gli ultimi anni del 1800 vedono già all’opera la nuova strategia. Tra diplomatici e normatori e Segretari di Stato e Papi, un ruolo centrale è svolto daEugenio Pacelli, che sarà papa Pio XII.

Una strategia di difesa aggressiva.

Innanzitutto, si deve incardinare il clero ad una dipendenza senza fessure. Il clero, anche all’internodella Chiesa Cattolica, ha sempre mantenuto legami fondamentali con la comunità locale. Le comunità locali hanno sempre goduto di una loro libertà di azione, di presenza adeguata alle specificità della storia e del territorio. La chiesta appartiene alla cultura, non si impne come cultura altra. Il vescovo è, nel rispetto dell’autonomia, nominato d’accordo con il potere politico locale. Tutto questo non può più essere accettato.

Persa la potenza di Stato che dialoga con altri Stati, la Chiesa ritiene necessario spostare la lotta politica su un altro piano, un piano ‘ultraterreno’, dove può dettare le regole. Il gioco si fa subdolo. Ogni sacerdote dovrà avere una duplice appartenenza, doveperò, non la giustificazione della trascendenza, dell’operare nel quadro di un disegno divino, una appartenenza prevale sull’altra. Ogni membro del clero ha una doppia cittadinanza. Dove però una cittadinanza prevale sull’altra, perché la Città di Dio si oppone alla Città dell’Uomo. Così, attraverso un lavoro che dura lunghi anni, si costruisce un corpus giuridico raffinatissimo, il Codice di Diritto Canonico. Fondato sull’infallibilità del Papa, ogni membro del clero è assoggettato per questa via a norme e regolamenti e sanzioni direttamente emanate e comminate dal Vaticano, scavalcando ogni diritto di cittadinanza, ogni uguaglianza tra cittadini, ogni libertà nazionale, ogni costituzione ed ogni norma di ogni paese dell’orbe terracqueo. Norme e regolamenti esanzioni culturalmente ed eticamente pesanti ogni oltre limite, perché -per ogni membro del clero- sono in gioco i più esecrabili peccati da un lato, e la salvezza eterna dall’altro.

La Chiesa, umiliata dalla perdita del potere temporale, vittima di sindrome d’assedio, si ritiene in diritto di prendersi ogni rivincita. E quindi sostituisce il potere temporale con l’intromissione in ogni paese, in ogni nazione, in ogni Stato. Impone un gioco asimmetrico. Ci sono in ogni Stato cittadini diversi dagli altri, perché, con una legittimazione che si pretende superiore allo stesso potere legislativo di ogni Stato, un una legittimazione che si pretende superiore all’autodeterminazione dei popoli, il Vaticano impone la propria intromissione ed il proprio controllo all’interno delle faccende locali.

Ogni Stato è un potenziale nemico, ogni sacerdote, obbligato a slegarsi dalla propria comunità, è obbligato ad essere innanzitutto soldato di Cristo, e quindi esecutore dei comandi dell’erede di Cristo, l’infallibile Papa.

Così asservito il clero, è rotto il cordone ombelicale tra Chiesa e comunità locale. Tramite il clero, anche ai fedeli è imposta una ‘doppia cittadinanza’.

I Concordati

All’asservimento del clero tramite il Diritto Canonico, si accompagna il secondo ben studiato passo dell’ingegneria istituzionale vaticana: il Concordato. Ed anche qui Eugenio Pacelli è il principe degli strateghi. La Chiesa, stato virtuale ed extraterritoriale fondato sull’imposizione ai credente della propria legge terrena, il Diritto Canonico, forte quindi di una propria presenza autonoma all’interno di ogni Stato, pretende di trattare da pari a pari con ogni Stato.

Ovvero: dal preteso fondamento divino del Diritto Canonico discende la pretesa autonomia del Diritto Canonico rispetto ad ogni ordinamento costituzionale di ogni Stato sovrano. Su questa base, la Chiesa vaticana pretende di trattare da pari a pari -se non addirittura da una posizione di superiorità- con ogni Stato sovrano.

Siamo nel primo quarto del Ventesimo Secolo -si sfalda l’impero Ottomano, mostrano crepe l’Impero Austro-Ungarico e l’Impero Russo, l’Impero tedesco è fragile, incerti sono i confini e gli equilibri di potere.

Senza preoccuparsi delle conseguenze, in anni in cui gli antichi contrappesi sui quali si reggeva l’Europa crollano, il Vaticano lancia la sfida diplomatica e politica dei Concordati.

Agli Stati, indeboliti all’interno dall’autonomia della Chiesa locale, unilateralmente dichiarata ed imposta, si chiede di concordare condizioni di favore ad una Chiesa locale ridotta a periferia del potere vaticano. Si pretendono riconoscimento della rendita immobiliare, condizioni di favore per le scuole cattoliche, riconoscimento del matrimonio religioso.

Austria, Jugoslavia, Polonia, Baviera, Prussia, Italia. Ma i capolavori del genere -Baviera, Prussia, fino al Concordato con Hitler nel 1933- sono frutto del lavoro del futuro Pio XII, Eugenio Pacelli.

Il ‘personalismo’ e le sue comode letture

Alla battaglia politica e diplomatica, si accompagna la battaglia ideologica. Un sottile lavoro teso ad indebolire, a minare i fondamenti storici, culturali, ideologici, normativi dell’autonomia statuale.

Per criticare pro domo sua l’autorità degli Stati, è facile prendere le mosse da valori incontestabili, antico retaggio della Dottrina Sociale della Chiesa e al contempo fondamento della cultura illuminista e della moderna Rivoluzione Francese.

Si fa leva sui diritti inviolabili dell’uomo, sulla dignità irriducibile della persona, di tutta la persona in ogni persona umana, quale che sia la sua storia, la sua cultura, la sua appartenenza sociale, politica o religiosa. Ogni persona, si afferma, deve essere in grado di sviluppare pienamente la propria personalità sul piano economico, sociale e culturale.

Si ha buon gioco a sostenere che si tratta di ‘diritti naturali’, non creati cioè giuridicamente dallo Stato, ma ad esso preesistenti.

Ma sopratutto fa comodo alla Chiesa usare una meritevole scuola filosofica.

Il personalismo afferma il ‘principio di singolarità’. “Esse in”, l’essere in sé della persona. Sulla consistenza ontologica di questa singolarità si fonda il valore assolutamente unico e irripetibile di ogni persona: la “sussistenza” dell’essere personale è la ragione profonda della resistenza ad ogni massificazione, è il motivo irrinunciabile del rifiuto di ogni oggettivazione. Dunque incomunicabile soggettività. Autopossesso: ogni persona si appartiene e si gestisce come sorgente delle proprie scelte e dei propri atti.Diritti inalienabili, si afferma, che nessuno Stato può ledere.

Non si tratta solo di Dottrina sociale della Chiesa, chiusa su se stessa. Il fondamento filosofico ed i legami con il presente sono solidi. Il “personalismo comunitario” è la risposta del giovane filosofo francese Emmanuel Mounier al disagio sociale, al’disordine stabilito’ che caratterizza l’inizio del Ventesimo Secolo. Una risposta che si oppone costruttivamente al totalitarismo fascista e comunista. “La persona non è un oggetto: essa anzi è proprio ciò che in ogni uomo

non può essere trattato come un oggetto”. Dall’affermazione dell’essere in sé discende una concezione della ‘cosa pubblica’ alternativa all’idea di Stato normatore e controllore, una ‘cosa pubblica’ intesa invece come costruzione dal basso, basata sul riconoscimento ed il rispetto dell’altro e sulla partecipazione sincera ad una costruzione comune: “l’essere personale è generosità; per questo esso fonda un ordine che è opposto a quello dell’adattamento e della sicurezza”[1].

Non a caso, ventisettenne, Mounier fonda nel 1932 Esprit. Rivista non cattolica, confessionale, maluogo di incontro di punti di vista diversi. Luogo dove cristiani, musulmani, ebrei, agnostici, non credenti possano ritrovarsi, per condividere riflessioni sul mondo che, in quanto persone degne e responsabili, ci compete costruire.

Mounier critica già nel 1939 i silenzi di Papa Pacelli. Il Papa, scrive Mounier, non parla a voce alta, non denuncia con forza l’ingiustizia nei riguardi delle persone insita nei giochi di potere di chi guida gli Stati sovrani. Il silenzio del Papa è, per il filoso, l’inevitabile tributo al lavoro diplomatico teso all’affermazione, sullo stesso terreno degli Stati sovrani, della potenza vaticana.

Il silenzio, potremmo aggiungere, manifesta la connivenza della Chiesa organizzata con le organizzazioni statali che si comportano in modo contrario aciò che il principio di sussidiarietà vorrebbe. Principio che, in prima battuta, si può riassumere in questo monito: “non faccia lo stato ciò che i cittadini possono fare da soli”. E’ evidente che, con lo sguardo di Mounier, potremmo coerentemente aggiungere: “non faccia la Chiesa-istituzione ciò che i fedeli, aggregandosi spontaneamente in comunità locali, possono fare da soli”.

Il personalismo comunitario, dunque, appare certo come un buon argomento per criticare l’incombenza degli apparati statali. Perciò buon argomento per la Chiesa vaticana che vuole imporre se stessa come Stato virtuale. Eppure non possiamo fare a meno di notare che il personalismonasceva proprio come critica della volontà di potenza vaticana. Volontà di potenza che di per sé, come ben comprendeva Mounier, si fonda su un obiettivo opposto all’istanza comunitaria, alla libera espressione dell’intenzione personale, nascente dal basso, rispettosa della libertà ed attenta all’interesse di ognuno.

Quarant’anni di Dottrina Sociale della Chiesa

E’ in questo contesto che, per via del latino subsidiarii officii principio, il concetto di ‘sussidiarietà’ si afferma come moderna categoria sia in ambito politico che ecclesiale.

L’espressione appare il 15 maggio 1931 nell’enciclica di Pio XI Quadragesimo Anno. Si celebrano appunto i quarant’anni dalla promulgazione della Rerum Novarum, l’enciclica di Leone XIII che prendeva di petto la “questione operaia”. Allora, nel 1891, il Pontefice dichiarava il socialismo ‘falso rimedio’e sosteneva, contro il socialismo, la proprietà privata. Ma al contempo Leone XIII ci proponeva affermazioni impegnative, ancora oggi attualissime, in tema di dignità del lavoro. Gli echi dell’enciclica sono ben riflessi nelle parole del parroco di Torcy, nelJournal d’un curé de campagne di Bernanos, cattolico francese coevo di Mounier. “Ero allora, parroco di Norenfontes, in pieno paesi di miniere. Questaidea così semplice che il lavoro non è una merce, soggetta alla legge della domanda e dell’offerta, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini, come sul grano, sullo zucchero e il caffè, tutto ciò sconvolgeva le coscienze, credimi!”[2]

Ma ora Pio XI, parlando nel, e del tempo a lui presente -gli stessi anni in cui scrivono Mounier e Bernanos- ritorna sulla ‘questione sociale’, ma in modo diverso e con un intento differente. Leone XIII già nell’intestazione della lettera esplicita il tema: De conditione opificum. Parla ai lavoratori e agli imprenditori. Per Pio XI il tema invece è: De ordine sociali instaurando. Scopo della lettera è “scoprire la radice del presente disagio sociale, e insieme additare la sola via di una salutare restaurazione”. La salutare restaurazione consiste nella “christianam morum reformationem”, “cristiana riforma dei costumi”. Per questo il Pontefice si rivolge agli “oeconomicae moderatoribus” (“dirigenti della economia”, “rulers of economic life”, nelle traduzioni ufficiali in italiano e inglese), e, con ancor più chiarezza, ai “nationum rectores” (“governanti delle nazioni principali”, “statesmen”), chiedendo loro una “riforma delle istituzioni”.

Al “Quid egerit potestas civilis”, l’opera dello Stato il Papa contrappone il “Quid egerint ii quorum intererat”, “l’opera delle parti interessate”, diremmo oggi: i portatori di interessi, il libero agire degli stakeholder.

Scrive il Papa: “deve restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle”. “Aiutare in maniera suppletiva”: l’originale latinorecita: “subsidium afferre”. Mentre la versione inglese reca un generico: “furnish help”.

All’indicazione del rischio implicito in una presenza invasiva dello Stato, segue l’esortazione: “Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto più perfettamente sarà mantenuto l’ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell’attività sociale, tanto più forte riuscirà l’autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e più prospera la condizione dello Stato stesso”.

E’ qui che appare qui, nel testo latino la novissima espressione. Che si tratti di un concetto che si vuole sottolineare, è testimoniato da inattese virgolette: “«subsidiarii» officii principio”.

L’espressione è tradotta alla lettera nella versione inglese e portoghese: “principle of «subsidiary» function”, “princípio da função «supletiva»”. Più generica resta la formulazione in francese ed in italiano: “principe de la fonction supplétive”, “principio della funzione suppletiva”.

Prinzips der Subsidiarität

Solo il tedesco ci parla da subito con precisione: “Prinzips der Subsidiarität”. Non a caso. Alla preparazione dell’enciclica, ed alla sua traduzione in tedesco, collabora Oswald von Nell-Breuning. Origini aristocratiche, teologo, gesuita, von Nell-Breuning rilegge consapevolmente in chiave cattolica l’atteggiamento comunitario calvinista. In contrasto con la dottrina cattolica, fondata su una Chiesa centralizzata, le decisioni dovranno essere prese al livello più basso possibile. Il Sinodo di Emden, nel 1571, stabiliva che tutte le decisioni autonomamente prese a livello di comunità locale, non potessero in nessun caso essere rimesse in discussione nei Sinodi Provinciali e Generali.

Da questa idea, affermata in sede di comunità ecclesiale, Johannes Althusius, giurista, filosofo, teologo calvinista, trae all’inizio del 1600 le basi del pensiero federale applicato allo Stato.[3]

Althusius vede la società come rete di gruppi interconnessi in grado di soddisfare ogni loro compito e e di raggiungere ogni obiettivo. Lì dove la comunità locale non è in grado di fare da sé interviene, l’Unterstützung (in latino, appunto, “subsidium”). Dunque un ‘puntello’, ‘sostegno’, ‘appoggio’ soccorre nel caso non si possa fare da sé.

Nell-Breuning rilegge così: il Subsidiartätsprinzips si fonda innanizutto sull’Selbsthilfe, ‘auto-aiuto’, poi sulNachbarschaftshilfe, ‘aiuto reciproco’, ‘mutuo soccorso’.e, infine, Fernhilfe,‘assistenza remota’. Solo chi ha esaurito le risorse dell’auto-organizzazione può ricorrere ad un sostegno esterno.

L’edificio del Subsidiartätsprinzips ha dunque solide basi. Nella sua formulazione originaria ci si presenta come origine storica del moderno personalismo, principio etico del tutto attuale, a cui ognuno dovrebbe attenersi.

Ma, nella versione cattolica, l’edificio del Subsidiartätsprinzips perde senso e nega le sue stesse basi etiche. Perché il principio tiene se c’è specularità tra struttura dello Stato e struttura della Chiesa -ed anzi: di ogni Chiesa. Tutto si fonda sull’autonomia locale, in ogni ambito.

Ed invece, con tipica, farisaica ipocrisia, la Chiesa vaticana di Pio XI e Pio XII opera ben altrimenti. All’inizio degli Anni Trenta -nei giorni della grande crisi economica, negli anni della crisi della Repubblica di Weimar e dell’avvento del Nazismo- completa la ridefinizione del proprio disegno istituzionale susseguente alla perdita del potere temporale richiamando ogni Stato al rispetto della libertà della persona e dell’autonomia locale, mentre invece impone al clero ed ai fedeli la propria potestà, ed afferma per sé il diritto ad una struttura gerarchica e centralizzata.

Il Codice di Camaldoli

Trascorrono dodici intensi anni. Il 10 luglio 1943 la Settima e l’Ottava Armata americana sbarcano in Sicilia. Pochi giorni dopo, dal 18 al 23 luglio, una cinquantina di giovanidell’Azione Cattolica Italiana e della Federazione Universitaria Cattolica (FUCI), riuniti presso il Monastero di Camaldoli, si interrogano sullo sviluppo futuro dell’Italia.

Guidano e indirizzano la riflessione tre valtellinesi: i cognati Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno, e Sergio Paronetto. Vanoni, professore di Diritto Finanziario malvisto dal regime fascista,alle spalle una borsa di studio dalla Fondazione Rockefeller, due anni di studio in Germania. Pasquale Saraceno, reduce dallafruttuosa esperienza maturata all’IRI di Beneduce). Con loro, Sergio Paronetto, di quasi dieci anni più giovane, laureato in Scienze Politiche a Roma, e poi, su segnalazione di Saraceno, anch’egli all’IRI.

Alla stesura del testo collettivo che rimarrà noto come Codice di Camaldoli, partecipano, con Vanoni, Saraceno e Paronetto, futuri esponenti di spicco della Democrazia Cristiana, fondata in clandestinità dieci mesi prima. Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Giuseppe Medici, Mario Ferrari Aggradi, Paolo Emilio Taviani, Guido Gonella.. Ma partecipano anche intellettuali cattolici che si manterranno più lontani dal diretto impegno politico: Giuseppe Capograssi, filosofo personalista, attento a Rosmini, ma anche a Maritain e Mounier; Ferruccio Pergolesi, giuslavorista; Vittore Branca, filologo e critico letterario.

Nei 99 punti del testo emerge l’idea della centralità della persona umana nella futura organizzazione dello Stato della sua politica economica. C’è una esplicito richiamo al personalismo e al Subsidiartätsprinzips. “Lo Stato deve riconoscere e rispettare i diritti inalienabili della persona umana, della famiglia, dei gruppi minori, degli altri Stati, della Chiesa”. “Lo stato e l’ordinamento giuridico hanno per fine di instaurare l’ordine nella molteplicità della società, vale a dire di mettere ciascuna iniziativa, istituzione, esperienza di vita associata al suo posto, ordinandole secondo il proprio valore rispetto al fine ultimo e organizzando fra di loro l’umana convivenza”.

A ben guardare, scorgiamo nel Codice una lettura del Subsidiartätsprinzips che va ben oltre i suoi aspetti più facili e retorici: la libertà della persona dell’impresa, il rispetto dell’autonomia locale. C’è la capacità di andare al fondo delle cose, assumendosene la responsabilità etica e politica. Ciò è evidente sopratutto al riguardo di due punti.

Primo punto: l’affermazione del principio della limitazione dello spazio d’azione dello Stato è evidentemente, dal punto di vista vaticano, un modo di garantire spazio alle istituzioni emanazione della Chiesa. La questione può essere risolta, come propone il Codice di Camaldoli, non tramite Concordati, accordi di vertice e politiche di potenza, ma tramite il rispetto dei rispettivi ambiti. Ci si avvicina qui notevolmente a ciò che, in particolare nel mondo anglosassone, si chiama ‘autonomia delle sfere’. “Lo stato pur esercitando la sua piena autorità nelle cose meramente temporali deve riconoscere la missione divina della Chiesa, consentirle piena libertà nel suo campo e regolare di comune accordo e lealmente le materie miste”.

Secondo, connesso punto: se ‘sussidiarietà’ significa fare, per il bene delle persone, ciò che le persone da sole non sono in grado di fare da sole, se la ‘sussidiarietà’ implica non solo Selbsthilfe e Nachbarschaftshilfe, ma anche Fernhilfe, si deve avere il coraggio di andare fino in fondo. Questo è il punto che interessa più di ogni altro a Vanoni, Saraceno e Paronetto. Se lo scopo dello Stato è “subsidium afferre”, “aiutare in maniera suppletiva”, “furnish help” alla persona, in particolare alla persona bisognosa, allora è giusto e doveroso che lo Stato si impegni nello sviluppo economico in tuttiquei contesti che vedono le persone incapaci di fare da sé; in tutti quegli ambiti e quei territori dove le le famiglie, le libere imprese e le libere associazioni si vedono impossibilitate a costruire il proprio sviluppo.

Proprio in virtù del ‘principio della sussidiarietà’, dunque, inteso come corresponsabilità e solidarietà nazionale, nasceranno le Partecipazioni Statali e la Cassa per il Mezzogiorno.

Steso il documento, i convenuti ritornano rapidamente alla urgente azione politica. Due giorni dopo la radio annuncia le dimissioni di Mussolini dopo la mozione di sfiducia del Gran Consiglio del fascismo. Sergio Paronetto, il principale fautore del testo e del progetto, si fa carico della pubblicazione del Codice -che resta una delle principali fonti ispiratrici della nostra Costituzione-presso la casa editrice Studium. Ma quando nell’aprile del 1945 il Codice sarà pubblicato, Paronetto non potrà assistere alla presentazione del libro. Era morto pochi giorni prima, a 34 anni.

Sussidiarietà come parola nuova

Se il concetto di ‘sussidiarietà’ ha una storia precisa ed un chiaro significato, il termine resta a lungo confinato nel linguaggio tecnico. In inglese subsidiarity, entra in uso alla metà degli anni Trenta. Così vuole l’Oxford Dicitonary, che indica come origine Quadragesimo anno e il tedesco subsidiartät.

In italiano, come indica il Battaglia[4], per vedere entrare in uso il termine si devono attendere gli anni Novanta. Siamo in un tempo di cambiamento. Gli alti ideali del Codice di Camaldoli, ripresi nella Costituzione, sono un ricordo lontano. L’inchiesta Mani Pulite, nel 1992, segna la fine della Prima Repubblica, che ha visto agire, nei suoi anni terminali, una classe politica lontana da ogni etica e del tutto disinteressata ai diritti inalienabili della persona umana, della famiglia, dei gruppi minori.

In questo clima il termine sussidiarietà diviene di uso comune. Il Battaglia, significativamente, cita tre fonti.

Il RapportoCENSIS 1992[5]. Dove si legge: “Il nodo di fondo è la definizione del principio di sussidiarietà, che comporta la chiara identificazione delle responsabilità e delle misure che spettano a ciascun livello”. Un articolo apparso l’8 maggio 1994 sul quotidiano La voce[6] a firma di Luciano Moia, giornalista cattolico attento all’etica, che scrive: “La sussidiarietà, tante volte ribadita dalla dottrina sociale della Chiesa”. E un articolo del costituzionalista Andrea Manzella, apparso sulla Repubblica il 20 giugno dello stesso anno. Scrive Manzella: la concezione di un ordinamento dei poteri “che si intrecciano, si rafforzano e si legittimano reciprocamente e che si differenziano tra di loro solo in funzione dell’interesse pubblico della cittadinanza si scontra con i vecchi istinti gerarchici”. “Naturalmente, la modernità istituzionale si ribella contro queste anacronistiche concezioni: ed ecco la reazione della sussidiarietà”. Una reazione, nota Manzella, che “se non ha, per ora, consolidato procedure e criteri operativi, è però chiarissima nel suo principio di fondo”. Principio che consiste “nella necessità che la organizzazione del governo della cosa pubblica parta dal basso, dal cittadino e dalla sua collettività locale”.

Don Giussani e dei suoi seguaci

Dunque la sussidiarietà, può essere ben intesa come caratteristica distintiva di uno Stato teso a “subsidium afferre”, ad “aiutare in maniera suppletiva”, rispettando l’autonomia della persona, delle libere aggregazioni di persone e di ogni altra istituzione. Uno Stato orientato all’autolimitazione,al servizio, lontano dall’arroganza del potere. Così vuole l’enciclica di Pio XI. Così intendeva le pubbliche istituzioni l’etica calvinista di Johannes Althusius: qui, e non certo nel pensiero di Tommaso d’Aquino, nasce l’idea di un’organizzazione sociale che cresce dal basso.

Ma ecco che, in Italia, in anni di transizione -tramontata la Democrazia Cristiana, al capolinea la Prima Repubblica- nani del pensiero si appropriano della ‘sussidiarietà’ e ne fanno la propria bandiera. Una bandiera per legittimare un potere politico ed economico emergente.

A Milano era nato, negli anni Cinquanta, Comunione e Liberazione, movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani sul “ritorno agli aspetti elementari del cristianesimo”[7], nella convinzione che lì risieda il fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo. In questo quadro, ancora per intuizione di don Giussani, nasce negli anni Ottanta la Compagnia delle Opere, associazione di imprese.

Il passaggio dalla comunione all’impresa, dalla liberazione alla produzione, non è scontato. Serve una copertura ideologica. All’uopo è comodo il concetto di sussidiarietà. Certo la sussidiarietà rimanda alla centralità della persona, e portacon sé, implicitamente, una legittimazione papale. Del concetto, fa anche gioco anche la duplice lettura, il rimando all’ambito laico, privato, ed allo stesso tempo al mondo ecclesiale. E fa gioco, ancora, la scarsa notorietà dell’espressione – cosicché il termine, che appunto solo in quegli anni si afferma, finisce per apparire intrinsecamente legato a Comunione e Liberazione e alla Compagnia delle Opere, quasi un marchio di fabbrica.

Ecco così sgorgareda questa fonte un profluvio di stereotipi: “Il pensiero cattolico vuol dire innanzitutto un’idea di uomo”. “Il criterio dello sviluppo è la persona”. “Le persone hanno dei bisogni ma anche delle capacità e queste capacità possono essere messe a disposizione della comunità, per il raggiungimento di un bene comune”. “Tutti i modelli di sviluppo che hanno saltato l’uomo hanno buttato via un sacco di soldi senza realizzare nulla”. Ecco sbandierato l’intento nobilissimo: “promuovere e tutelare la presenza dignitosa delle persone nel contesto sociale e il lavoro di tutti”; “favorire una concezione del mercato e delle sue regole in grado di comprendere e rispettare la persona in ogni suo aspetto, dimensione e momento della vita”. Sempre beninteso aggiungendo: “questo lo dice il Papa”.

Niente si aggiunge a ben guardare a Mounier ed al Codice di Camaldoli. Epperò il personalismo è asservito ora a un disegno preciso. Mentre si afferma che “la cultura cristiana, che ha informato tutta la civiltà occidentale e il suo sviluppo, si fonda sull’idea che ogni singolo uomo valga più di tutto l’universo, e non sia riducibile ad alcuna organizzazione sociale e politica”,[8] si usa l’alto principio per costruire la posizione di vantaggio di una precisaorganizzazione sociale e politica, il sistema politico-economico di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere.

La sussidiarietà alla lombarda

Ripartiamo dalla versione più pura del Subsidiartätsprinzips: alla base sta la libera scelta di persone che, auto-organizzandosi, decidono di fare da sé. Così l’istruzione, così la prevenzione e la cura sanitaria.

Possiamo ben accettare che cittadini, ritenendosi innanzitutto persone, e volendo ‘fare da sé’, chiedano di non sottostare a vincoli imposti dalla Pubblica Istruzione offerta dallo Stato. E possiamo accettare che, in un ambito parallelo, cittadini-persone scelgano di curarsi da sé. E in genere di scambiarsi servizi.

Possiamo anche accettare che, in considerazione del ‘fare da sé’,si chiedano sgravi fiscali: non godo dei pubblici servizi, quindi chiedo di non pagarne il costo. Possiamo accettarlo anche se, così agendo, si contraddice un aspetto chiave della sussidiarietà – la Fernhilfe, pubblica assistenza.Se lo Stato è chiamato ad intervenire, a mio favore, o a favore di altre membra del corpo sociale, quando l’auto-aiuto e l’auto-organizzazione si rivelino insufficienti, è mia responsabilità morale contribuire al costo di questi interventi.

C’è, in questo snellimento e prosciugamento dello Stato, un evidente effetto perverso. Le migliori competenze confluiranno per forza lì dove ci sono le maggiori risorse. A lungo andare la qualità del servizio offerto dallo Stato, nella scuola di ogni ordine e grado, nella sanità, non potrà che peggiorare. Ognuno, anche coloro che preferirebbero usufruire dei servizi offerti dallo Stato, saranno costretti a ricorrere ai servizi offerti dai privati.

Ma appunto, accettiamo che chi intende ‘fare da sé’ arrivi a chiedere sgravi fiscali e si disinteressi diciò che fa lo Stato. Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere, e il personale politico ivi cresciuto, ovvero i sostenitori della sussidiarietà in salsa lombarda, però, vanno ben oltre.

Si pretende che lo Stato si faccia da parte, si pretende che lo Stato si ritiri e si snellisca, limitandosi ad offrire funzioni sussidiarie alla libera azione dei privati, finanzi i servizi offerti da questi privati. Si dice allo Stato che deve farsi da parte, limitarsi ad agire solo dove la persona e i corpi sociali nascenti dal basso non possono fare da solo. Ma al contempo si pretende che lo Stato paghi li costo di ciò che le persone e libere organizzazioni vogliono fare da sole.

C’è dell’assurdo, in questo. Assurdo che si pretende di velare abusando del nobile Subsidiartätsprinzips. La sussidiarietà in salsa lombarda finisce per trasformare lo Stato in questo: nel finanziatore, nel fornitore di risorse economiche. Così soggetti privati sono sgravati del compito più ingrato: finanziare la propria attività.

Nella cultura anglosassone sarebbe impensabile. Il principio dell’autonomia delle sfere vuole che che chi sceglie di fare da sé si finanzi da sé. Crei pure chi vuole fare da sé fondazioni, raccolga pure soldi in chiesa, chiedapure denaro a chi ne ha di superfluo, e a chi è mosso da spirito di carità.

Si doti vuol fare da sé di abili comunicatori, di fund raiser, o più semplicemente ricorra al buon cuore altrui, o al proprio autofinanziamento. Così come del resto si autofinanzia qualsiasi impresa privata.

Ma i profeti della sussidiarietà alla lombarda sono più furbi. Lo Stato è chiamato a fare il lavoro sporco, tassando i cittadini, per poi consegnare le risorse in mano dei santi che, mossi da puro spirito evangelico, orgogliosamente rivendicano lo spazio per essere buoni e giusti a modo loro.

Ora, a uno Stato sano si può chiedere di stringere più precisamente il cerchio tra raccolta di risorse tramite la leva fiscale e erogazione di servizi. Si può chiedere di alleggerire la burocrazia. Con tutto questo, lo stato Stato resta in ogni caso resta responsabile di garantire ogni cittadino servizi adeguati, a prescindere dalla fede e dal modo di intendere la libertà e alla centralità della persona. Lo Stato però, in Lombardia, e forse si vorrebbe in tutta Italia, è costretto a distogliere attenzione dall’erogazione del servizio.

Si crea nuova burocrazia, e si deforma il ruolo dello Stato. Lo Stato, invece di essere stimolato a migliorare il proprio servizio, è costretto a diventare un garante di regole , misure, parametri, che mettano a confronto lo Stato stesso, in quanto erogatore di servizi, con i privati.

E questo mentre è chiesto allo Stato, al contempo, di fornire Fernhilfe, e cioè in parole povere dioffrire i servizi che sono necessari, ma che al privato non conviene offrire.

Si sono sbeffeggiate le Partecipazioni Statali, basandosi su loro evidenti disfunzioni. Ma i privati che che con risorse pubbliche offrono servizi ai cittadini svolgono esattamente lo stesso ruolo che i riformatori del dopoguerra, Vanoni e Saraceno, immaginavano per l’industria di Stato.

Gli stessi difetti delle Partecipazioni Statali -il distogliere l’attenzione dallo scopo sociale, il cattivo uso del pubblico finanziamento- possono ben riguardare anche i pubblici servizi gestiti dai privati. Solo che, rispetto alle pubbliche istituzioni, giustamente sottoposte all’attento sguardo dei cittadini e dei media, vincolate da leggi, per il privato è ben più facile nascondere il proprio agire inaccurato, quando non truffaldino. Specie se, con il sostegno del Subsidiartätsprinzips, si afferma che il religioso diritto a ‘fare da sé’ motiva cornici normative e modalità di controllo leggere e non invasive.

Un sistema di potere

Possiamo tornare all’immagine proposta da Pio XI, e risalendo nei tempi, all’etica calvinista di Johannes Althusius: un corpo sociale composto di membra diverse, ognuna delle quali è in diritto di agire in autonomia, a partire dalle comunità locali; lo Stato inteso come ente che interviene in funzione suppletiva, per “subsidium afferre”, solo quando e dove le comunità locali non possono fare da sé.

Si può osservare come il federalismo della Lega appaia ben più vicino al Subsidiartätsprinzips di quanto non lo sia l’ideologia di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere. La Lega chiede che si il prelievo fiscale locale sia tradotto in servizi locali, chiede che si pongano limiti alla Fernhilfe e all’intervento dello Stato centrale, ma non chiede che lo Stato finanzi la scuola e la sanità private.

Si può anche osservare, ancora guardando all’immagine di Pio XI, come il sistema di potere di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere non faccia integralmente parte delle “membra del corpo sociale”, ma imponga, invece, alle altre “membra del corpo sociale” la propria autonoma esistenza di “corpo separato”.

Tutto funziona perché, approfittando della disattenzione di altri soggetti, e del vuoto politico della fine degli anni Ottanta, Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere hanno prodotto una propria classe politica che dal 1995 governa la Regione Lombardia, e partecipa al governo nazionale.

La Regione Lombardia, così, esiste per creare regole pensate per far apparire migliore il servizio offerto dai privati che fanno da sé. Inevitabilmente, la profezia si autoavvera. Stando a quelle regole, il privato che fa da sé eroga un servizio migliore.

Svelata la miseria del meccanismo, si può osservare come la persona che per fede fa da sé -la persona che i seguaci di don Giussani pretendono di evocare- non esiste. I finanziamenti estorti allo Stato non vanno a parrocchie e o alla Caritas, vanno a cooperative ed associazione ed impreso costituite ad hoc per stare dentro le regole previste per l’erogazione dei fondi pubblici. La stessa classe dirigente stabilisce le regole in base alle quali sono erogati i finanziamenti e poi riceve i finanziamenti – sottratti al servizio pubblico.

Ipocrisia e integralismo

Il sistema di potere, dietro il velo dei nobili principi, impone allo Stato l’obbligo di finanziare le proprie attività attraverso il prelievo fiscale, e allo stesso tempo toglie ai cittadini abitanti il territorio la libertà di fare da sé, e cioè di mettere in pratica gli stessi principi del personalismo e della sussidiarietà. Perché i cittadini si vedono imposto l’obbligo di usare servizi -scuola e sanità- che non ha potuto scegliere.

E ancora, il sistema di potere fondato sull’intendere la sussidiarietà come accaparramento di fondi pubblici, finisce per imporre alla Chiesa locale, così come a associazioni e cooperative, una deleteria distorsione? Siamo veramente sicuri che il ‘cinque per mille’ sia una buona cosa? L’attenzione all’accesso ai finanziamenti, non rischia di distogliere dallo scopoche si intende perseguire?Non è più coerente con il principio di sussidiarietà il fare a meno del sostegno pubblico?

Si negano così ai cittadini -anche qui in violazione dei buoni principi del personalismo e della sussidiarietà- gli stimoli che spingano ad assumersi le proprie responsabilità, a costruire il mondo a partire da se stessi.

Così, infine, viene meno l’attenzione all’altro. Viene meno il principio di solidarietà. L’attenzione all’ultimo, al bisognoso. Al diverso. La ‘sussidiarietà realizzata’, alla lombarda, sottrae all’ultimo e il diverso il servizio ‘neutrale’ che potrebbe offrire lo Stato laico, e costringe l’ultimo e il diverso ad un servizio condizionato dalla matrice religiosa.

Si arriva così allo striscione sulla facciata del Pirellone.Ad ogni cittadino è imposta una lettura, del resto opinabile, della dottrina sociale della Chiesa. C’è dell’intolleranza nel far parlare di una sola religione -della propria, naturalmente- la facciata del primo edificio pubblico dello Stato Regionale. Non lede forse il principio della centralità della persona, di ogni persona, il parlare di una persecuzione? Non dovrebbe forse lo Stato di tutti indignarsi perogni persecuzione, per ogni negazione di libertà?

La sussidiarietà alla lombarda, eretta a principio fondante di un’azione politica di parte, ci appare lontanissima dall’Esprit di Mounier. Eppure, seguendo Mounier, possiamo intendere la regione nella quale viviamo, regione senza maiuscole, come luogo dove cristiani, musulmani, ebrei, agnostici, non credenti possono ritrovarsi, per condividere riflessioni su un mondo che, in quanto persone degne e responsabili, ci compete costruire.


[1]E. Mounier, Le personnalisme, Paris, 1949; trad. it. Roma 1964, p. 11, p. 97. Paris 1903. Di Emmanuel Mounier si possono vedere anche: Révolution personnaliste et communautaire, Paris 1935 (tr. it. Milano 1949); Manifeste au service du personnalisme, Paris 1936; Traité du caractére, Paris 1946 (tr. it., Alba 1949); Qu’est-ce que le personnalisme?, Paris 1947 (tr. it. Torino 1948). ll termine è usato per la prima volta dal filosofo Charles-Bernard Renouvier, Le personnalisme, Paris, 1903.

[2]Journal d’un curé de campagne, “La Revue hebdomadaire”, 1935-1936; Paris, Plon, 1936, trad. it. Firenze, 1945, p. 92.

[3] Johannes Althusius, Politica Methodice Digesta, Atque Exemplis Sacris et Profanis Illustrata, 1603.

[4]Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Utet, volume XX, 2000.

[5]Rapporto CENSIS 1992, p. 131.

[6]La voce, 8 maggio 1994.

[7]Don Luigi Giussani, Lettera a Giovanni Paolo II, in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita di Comunione e Liberazione, 26 gennaio 2004.

[8]Giorgio Vittadini, Avvenire, 10 dicembre 2010.