La Ricerca dell’Etica

 

AssoEtica approfondisce il proprio impegno nella Ricerca organizzando con gli "Aperitivi Etici" letture e incontri con docenti d’eccellenza dei suoi Corsi di Alta Formazione in Business Ethics Management

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da Febbraio 2004 sono intervenuti

Zygmunt Bauman (aprile 2006)
François Jullien
Zygmunt Bauman
(marzo 2004)
Serge Latouche
[ online il video della conferenza-dibattito ]

François Jullien
Giancarlo Livraghi
Archie B. Carroll
Ajume Wingo
Richard Stallman
Susan Linn

 

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UNIVERSAL SUN AND DOMESTIC LAMP

"From global liquid modernity to local traditional solidity?"

 

incontro con

Zygmunt Bauman

 

 

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Zygmunt Bauman e il Sol dell’Avvenire

La giornata che Zygmunt Bauman ha dedicato ad AssoEtica inizia di buon mattino, in una saletta riservata dell’hotel Galileo in cui è stato allestito il collegamento di Radio24 con lo studio centrale. Il direttore Santalmassi segue in cuffia le notizie dell’attentato ai nostri soldati a Nassiriya, che stravolge la scaletta della trasmissione. Bauman è visibilmente scosso e, approfittando del tempo necessario all’interprete per tradurre le sue risposte, mi chiede di aggiornarlo.

Il suo concetto di modernità liquida -declinato in diverse pubblicazioni dedicate all’amore, alla vita, alla società- è ormai ampiamente conosciuto e condiviso per cui si può puntare direttamente a commentare il titolo della docenza che il professore terrà nel pomeriggio per il nostro Corso di Alta Formazione in Business Ethics Management: Universal Sun and Domestic Lamp. Ovvero quale e quanta parte del Sole Universale, cioè di quel "sol dell’avvenire" della popolare canzone che simboleggia la promessa socialista di benessere per tutti, si è poi effettivamente concretizzata nelle case di tutti, almeno in un lucignolo di calore?

Chiedo: "Professor Bauman lei si considera socialista?", e lui motiva subito la sua risposta affermativa: "Credo che i problemi delle differenze, della povertà economica ma anche culturale, della salute e del bisogno di una soglia minima di dignità di vita e di giustizia sociale debba essere a carico dell’intera comunità e quindi dello Stato, e questo lo considero socialismo".

Bauman prosegue sottolineando con lucidità la perdita di potere politico da parte dei singoli Stati, trascinati dalla globalizzazione a delegare i rispettivi ruoli nazionali a un’entità centrale superiore -globale- che però non esiste! La global humanity che già possiamo individuare ha bisogno di un’autorità universale che invece non è ancora stata creata. Si è cercato di ipotizzare, annota Bauman, un Parlamento Mondiale ma ci si è fermati al primo ostacolo, il criterio di rappresentanza: se si prevedono ad esempio 20 italiani, 20 francesi, 25 tedeschi e altrettanti inglesi, si dovrebbero eleggere 120 statunitensi, altrettanti russi e allora almeno 500 indiani e quasi 700 cinesi, "un’ipotesi che ovviamente non sta bene a nessuno dei cosiddetti grandi".

Bauman insiste sul ruolo centrale di guida che si deve assumere l"Europa e allora gli chiedo di precisare cosa dovrebbe fare il Vecchio Continente: "Cosa può offrire al mondo per contribuire a risolvere i problemi creati dalla globalizzazione?"

"Può dare quello che ha imparato nei secoli e sulla sua pelle: l’arte di vivere nelle diversità linguistiche e culturali. L’Europa ha da sempre bisogno di convivere con la diversità, con le differenze che sono anche straordinarie ricchezze creative che possono essere condivise con tutti gli altri, innanzitutto accettandole. Ladies and gentlemen -soggiunge con finta enfasi l’anziano signore accalorandosi- qualche secolo fa il nostro continente si limitava a due comportamenti, quello antropofago -mangiare nel senso di accogliere- e quello del rifiuto, respingere, vomitare il diverso.

Ma il presupposto dell’accettazione, sottolinea Levy Straus, è pur sempre quello del sì ti accetto ma a condizione che tu diventi come me. Adesso, Hans Georg Gadamer ci insegna che è venuto il tempo di accettare l’altro nella sua diversità, per diventare uno di noi ma non necessariamente uno uguale a noi. È solo lasciando che l’altro resti com’è o meglio sia se stesso, che possiamo scoprire e valorizzare la differenza creativa; ecco l’Europa può essere vista come una vera e propria scuola per il resto del mondo.

Se rispettiamo il concetto di amicizia, scopriamo che non si creano problemi a causa della differenza: invece di continuare a ritirarci in noi stessi e quindi a separarci dall’altro, esasperando la competizione, possiamo scegliere una seconda opzione, quella di una ambizione globale, la global responsibility. L’Europa ha saputo passare dalla logica frammentata dei comuni a quella delle regioni e poi della nazione, e adesso è chiamata ad andare oltre, a organizzare la global humanity."

Chiedo: "Come si fa a realizzare un simile obiettivo?"
"Certo, dipende da come i singoli Paesi decidono di aderire al progetto, e se non partecipano tutti, qualsiasi sforzo degli altri sarà inutile. Si porta ad esempio il fallimento delle Nazioni Unite, ma si dimentica che esse sono state create con un obiettivo esattamente opposto a quello che ho teorizzato prima, e cioè quello di difendere la territorialità sovrana di ogni nazione aderente! Rinforzare la sovranità nazionale di ogni stato membro non è esattamente creare una sola e superiore sovranità globale!"

Insisto: "Ma perché i singoli stati dovrebbero abdicare alla propria sovranità a beneficio di una entità utopica?"
"L’utopia ha un prezzo, si tratta di capire e calcolare quanto ci costa, ogni giorno, continuare a sbagliare, in termini di appiattimento culturale, abbrutimento individuale, devastazione ambientale, perdite di vite umane. Continuare a promuovere l’aumento del PIL, come dite in italiano, è impresa vana perché è inutile illudersi: certi livelli di benessere, che nei Paesi più ricchi e fortunati è assai elevato e diffuso, non sono assolutamente universali. Voglio dire che non sono esportabili e quindi continueranno a dividerci sempre più e questo impedisce l’unica via di salvezza che vedo: aiutare ad assumersi la responsabilità, non solo la nostra ma anche, per quanto ci è possibile, quella degli altri. Il problema non sta nel fatto che non sappiamo cosa fare per perseguire il principio fondamentale di un "consensus universale", anzi. Sappiamo benissimo cosa dovremmo fare, ma anziché orientare il nostro comportamento in modo coerente, andiamo proprio nella direzione opposta."

"Professor Bauman, anche quando riuscissimo a comportarci in modo coerente, come facciamo a fare in modo che gli altri -il resto del mondo insomma- accettino quello che l’Europa vuole offrire?"
"La soluzione è la stessa da sempre, basta rifarci alla vecchia idea di Repubblica: tutti sono uguali davanti alla legge, dobbiamo solo metterci d’accordo su quale sia la legge che tutti devono rispettare. Appare un’impresa impossibile, e forse lo è, ma la mia principale soddisfazione, adesso che ho 81 anni, è andare in giro per l’Europa, parlare e farmi ascoltare specialmente dai giovani ed esortarli a costruire l’edificio universale, e quando sembra che le scale siano finite, allora dobbiamo metterci a costruire un altro piano, e poi un altro e un altro ancora, in modo da avere sempre delle rampe da salire, perché fino a quando non smetti di costruire nuovi piani, anche le scale non finiranno."

 

Bruno Bonsignore
Una giornata con Zygmunt Bauman
27 aprile 2006, Milano.

 

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Festival Mediterraneo

" … la resistenza per l’umanizzazione del Nord "

 incontro con Edgard Morin


 

Il Festival di Morin

Due poltroncine vuote collocate sapientemente sulla scena senza palco del piccolo Teatro Studio risaltano nella penombra, segnate da due spot di luce bianca, accerchiate da spirali di pubblico che s’avvitano dal piano terra fino al sottotetto. Sono centinaia i ragazzi e le ragazze curiosamente allineati in-fila-per-uno che s’appoggiano alla balaustra, appollaiati sullo sgabellino come passeri curiosi in attesa del becchime, che verrà generosamente sparpagliato dal mitico giovane ultraottantenne che prende discretamente posto fra gli applausi, affiancato da Mauro Ceruti.

"…Cosa mi ha insegnato la mia famiglia? Mi ha insegnato il Mediterraneo, l’amore per l’olio d’oliva, le melanzane, il riso con i fagioli bianchi, le polpette d’agnello alle spezie, le triglie, le pizze al formaggio o agli spinaci. Tutti questi cibi e sapori, assorbiti dai miei avi in Spagna, in Toscana e a Salonicco, sono stati a Parigi, città in cui sono nato e cresciuto, la base della mia alimentazione."  *

Chi potrebbe animare questo straordinario Festival Mediterraneo più e meglio di Edgar Morin, che s’appresta a un lungo trimestre di viaggio attraverso tutti i Paesi affratellati dal mare Nostrum?
Non ho ancora letto il suo "Latinità" che già s’annuncia un nuovo libro, e il ricordo mi porta a Formia, due estati fa, quando ho ascoltato per la prima volta dalla sua voce l’elogio della mediterraneità. Le olive, il vino, la mollezza del pomeriggio ventilato, certo, ma dobbiamo anche demitizzare – esorta Morin – l’Europa aulica dell’armonia, della dolcezza, e rimitizzare per contro quella dionisiaca, l’Europa che ha creato la laicità. Si tratta insomma di legare la coscienza planetaria alla coscienza mediterranea, nella pienezza di una visione "maternale" di madrepatria in cui insieme con la mater -mer, mare- che genera e accoglie c’è la patria, la paternità…
Impossibile? Dobbiamo avere fede nell’improbabilità, pronti all’emozione del nuovo che può accadere! E dobbiamo pensare a una nuova metastoria con una metamorfosi, perché il nostro sistema non ha più la capacità di governare le questioni vitali, allora o si disintegra o, appunto, si metamorfosizza. E la civiltà mediterranea ha questo potere generativo, di creazione, come le cellule-madri nel corpo umano, che vanno risvegliate. Cos’è che può operare questo risveglio, aiutare la metamorfosi se non la cultura?

  "… Mio padre mi ha trasmesso un patrimonio culturale fatto esclusivamente di canzoni, di caffè-concerto, di operette. Cantava e fischiettava dalla mattina alla sera, ovunque, perfino a tavola, quando era sazio. Ed io ero affascinato da La piccola tonchinese, da Cugina e da tutte le canzoni del ‘900 del suo repertorio. Mia madre amava le arie d’opera italiane e aveva trasmesso questa passione a mio padre che cantava, levando il bicchiere, l’aria del brindisi della Traviata o "Questa o quella" dal Rigoletto. E tutti e due amavano le canzoni spagnole di Raquel Meller: La Paloma, Valencia, El Reliquario."
*Stiamo fronteggiando una unione di due barbarie, quella antica ed eroica con la sua passionalità e quella razionalizzante della tecnica che armano la violenza dell’Islam, una violenza che nulla potrebbe senza la tecnologia occidentale. Ci troviamo così con una scienza senza coscienza, dove la morte non è più una dimensione individuale ma un pericolo permanente sul divenire dell’intera comunità umana.

  "… E ho conosciuto, non dalla mia famiglia ma nella mia famiglia, la cosa più importante: a nove anni, ho conosciuto la morte.

Per fronteggiare l’energia Nera che spinge alla separazione e alla disgregazione non basta il pacifismo, abbiamo bisogno della vitalità della Pace. Eppure è proprio la presenza della morte che può rivitalizzare le nostre energie assopite, spingendoci con maggior determinazione verso la convivenza, il sentirci fratello l’uno dell’altro non per salvare, ma per diventare dei salvati.

"… Mio padre non mi ha insegnato né tradizioni, né un sapere, né norme o credenze. Non mi ha trasmesso alcun credo religioso, nessun principio politico. Anche se possedeva ed era posseduto da una concezione sacrale della famiglia, che comportava il culto dei parenti e l’istintiva etica della solidarietà familiare." 

Nel Mediterraneo c’è l’universalismo, che ha alimentato tutte le differenze ma al tempo stesso ci ha reso tutti interdipendenti; ebbene è questo universalismo che dobbiamo rendere concreto con iniziative come, per esempio, il Collegio Etico Politico… E Morin affronta un altro luogo comune, il Nord sovrasviluppato e il Sud vuoto, sottosviluppato. Il Nord ha saputo sviluppare una capacità di calcolo che ignora praticamente tutto quanto è umano, ha creato una sorta di "inumanità tecnologica", e allora adesso abbiamo nostalgia di un modo di vivere "più commensale", con più qualità della vita e meno ossessione per la quantità: meno, diciamo, ma meglio. Così il Sud ci soccorre con la sua ricchezza, i luoghi della vita tradizionale, la strada, le terrazze, le finestre aperte … diventa la bandiera di tutte le qualità umane, e non si limita a salvaguardarle ma le migliora e le sviluppa, come per esempio quell’idea dello slow food…

Il Sud, la latinità, conclude Morin, aiuta il Nord ad essere più umano: "è la resistenza per l’umanizzazione del Nord". Giorello ringrazia fra gli applausi, m’avvicino al professore, sommerso dagli abbracci commossi dei tanti amici italiani che lo vorrebbero ospite in cento università diverse; Morin oppone a tutti un garbato rifiuto, "adesso non posso…", un lungo viaggio lo aspetta e poi, al ritorno a Parigi, dovrà lavorare -mi dice- "al mio ultimo tomo sull’Etica". Ricorda, forse per cortesia, il nostro incontro e riusciamo a scambiare un saluto prima che decine di libretti sventolanti in cerca d’autografo ci separino. In tasca ho qualche parola illuminante scribacchiata sul biglietto d’invito: fede nell’improbabilità… l’universalismo del mediterraneo madrepatria… madre-padre… Con la sua semplicità latina Edgar Morin ha riacceso le nostre energie.

Bruno Bonsignore, 21 settembre 2004
* Edgar Morin, "Mes démons"

 

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 François Jullien è ospite del primo Aperitivo Etico, venerdì 27 febbraio

Tema dell’Aperitivo:
Strategie militari, piani economici, progetti politici, decaloghi etici: è questo il lessico con cui sì è da sempre espresso l’agire dell’individuo occidentale. Per raggiungere un obiettivo si predispongono dei mezzi adeguati per conseguirlo. Niente di più familiare per noi che, sin dai Greci abbiamo misurato l’efficacia di un’azione in base ad un astratto modello di riferimento, dunque il nostro impegno nel mondo. Ma siamo sicuri che un’azione è efficace se traduce nella prassi, realizzandolo, il piano predisposto teoricamente? No, a questo interrogativo, che riguarda, più in generale, i rapporti tra l’individuo e la realtà, neppure lo stesso pensiero realista europeo ha saputo dare una risposta convincente. Ne è persuaso François Jullien, filosofo e sinologo francese tra i più stimati, che lavorando sulla teoria dell’azione e dei conflitti, ha elaborato spunti e concetti di grande interesse: dall’idea – presente nel pensiero cinese della guerra- di altri modi dell’azione efficace, a quella non tanto di azione quanto di trasformazione, di "far sì che l’altro faccia", assecondando le potenzialità offerte dalle situazioni. Un’idea in cui prevale un concetto di immanenza, vale a dire di qualcosa che scaturisce dai processi stessi. Ha scritto un libro sul concetto cinese di strategia, il "Trattato dell’efficacia".

Zygmunt Bauman e Serge Latouche sono intervenuti al secondo Aperitivo Etico sabato 27 marzo.

Tema dell’Aperitivo: "Opinioni a confronto Zygmunt Bauman e Serge Latouche dalla ragione alla ragionevolezza: il responsabile dell’etica aziendale (Ethics Officer) nella modernità liquida".

Zygmunt Bauman — Professore emerito di Sociologia all’Università di Leeds e Varsavia, studioso di Economia Morale, è una delle figure più rappresentative della sociologia contemporanea. Oggi i manager non vogliono più gestire, preferiscono che gli individui siano in grado di auto-gestirsi e di rendersi attrattivi – economicamente – per essere impiegati. Il manager non parla più di ingegneria sociale ma di culture, di network. La nuova terminologia introdotta reca con sé un messaggio di indefinitezza, fluidità, flessibilità proiettata sul breve termine. Danno la caccia alle organizzazioni che sono ancora compatte per smontarle e ristrutturarle secondo quanto le circostanze mutevoli impongono; così le moderne organizzazioni business oriented tendono ad alimentare deliberatamente un certo livello di disorganizzazione interna: quanto meno solide, tanto più adattabili e tanto meglio è.
Serge Latouche — Sociologo dell’economia ed epistemologo delle scienze umane, è esperto di rapporti economici e culturali Nord/Sud. Membro dell’INCAD, International Network for Cultural Alternative to Development di Montreal, della Rete Culture e Sviluppo Nord/Sud di Bruxelles, è docente all’Università di Parigi XI e all’Institut d’étude du developpement economique di Parigi. E’ ragionevole, sostiene Latouche, essere razionali quando ci si occupa di matematica o se per esempio si gestisce un portafoglio azionario, senza coinvolgimenti emotivi. Ma non lo è più quando si va al mercato o si fa un investimento, per il fatto che il mercato presuppone incontri con soggetti umani. Sicchè diventa ragionevole introdurre altri elementi non quantificabili nella decisione, essendo questa non riducibile ad un calcolo puramente matematico. Ad esempio, scegliere di pagare più caro i prodotti del commercio equo e solidale e quelli che rispettano l’ambiente. Così diventa ragionevole non essere troppo razionali. Infatti affidando le decisioni, ad esempio, ad una società di consulenza, l’imprenditore mutila se stesso, rinuncia alla propria umanità e alla qualità di cittadino. E in tal modo l’etica, vale a dire la sfera dei valori – giusto e ingiusto, bene e male, socialmente, umanamente, ecologicamente corretto o scorretto ecc. – viene eliminata.

Archie B. Carroll incontra il pubblico e la stampa finanziaria in occasione del terzo Aperitivo Etico.

Archie B. Carroll is Professor of Management and holder of the Robert W. Scherer Chair of Management and Corporate Public Affairs in the Terry College of Business. In August, 2000, he was appointed Director of the Nonprofit Management and Community Service Program, following service as Department Head of the Department of Management from 1995-2000. He has been at the University of Georgia since 1972. He received his three academic degrees from The Florida State University. He is the senior co-author of Business & Society: Ethics & Stakeholder Management, 5th Edition (2003), as well as ten other books and dozens of scholarly journal articles. Dr. Carroll has served in many professional capacities. He has been President of the Society for Business Ethics (1998-1999), Chairman of the Social Issues in Management (SIM) Division of the Academy of Management (1976-1977) and has served on the Editorial Review Boards of the Academy of Management Review and the Journal of Management. He is currently on the Editorial Review Boards of Business Ethics Quarterly, Business and Society, Journal of Management, and the Journal of Public Affairs. He has served on the Board of Directors of the International Association for Business and Society(IABS) and the Governance Board of the Southern Management Association (two terms). He completed a term on the Board of Directors of the Society for Business Ethics (1997-2001) and a second term on the Board of the Social Issues in Management Division of the Academy of Management (2000-2003). His research and teaching interests embrace business ethics, moral leadership, corporate social performance, corporate citizenship, non-profit management, and stakeholder theory. In 1992, Dr. Carroll won the Sumner Marcus Award for Outstanding Service given by the SIM Division of the Academy of Management. In 1993, he received the Distinguished Research Award from the Terry College of Business, University of Georgia. In 1996, he was named a Fellow of the Southern Management Association. In 2003, he was recognized with the Terry College Distinguished Faculty Service Award for thirty years of service to the college, university, and profession. He continues to be an active researcher, author, and public speaker for profit- and non-profit organizations.

Il quarto Aperitivo Etico  con Richard Stallman, giovedì 24 febbraio 2005, ha fatto sold out…

Richard Stallman sta all’origine di quella rivoluzione nella produzione del software conosciuta soprattutto attraverso il successo di Linux, il sistema operativo realizzato attraverso il lavoro collaborativo di innumerevoli programmatori sparsi per il mondo. La rivoluzione va quindi molto al di là del mondo informatico. Con il Free Software, Stallman propone anche una nuova etica del lavoro.

 

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