Il primo libro!
10 lezioni di business ethics a breve in libreria
E’ in corso di stampa da Guerini Editore un libro nel quale due co-fondatori di AssoEtica, Bruno Bonsignore e Francesco Varanini, hanno raccolto le lezioni magistrali di alcuni dei docenti ospitati in Aula nei vari Corsi. In attesa dell’uscita in libreria, prevista per il mese di Giugno, pubblichiamo l’Introduzione nella quale i due curatori ripercorrono la genesi della pubblicazione, dalla comune fascinazione per il Sud America a quella per l’etica.
Introduzione di Bruno Bonsignore e Francesco Varanini
L’antefatto (giugno 1994) Bonsignore: Mi hanno parlato di Francesco Varanini e l’ho invitato per conoscerci. Ci siamo appartati nella sala cinema della mia agenzia. Qualche decina d’anni di docenze ci hanno condotti a un incontro solo apparentemente casuale, e infatti abbiamo parlato della sincronicità di Jung. Francesco mi accoglie con la sua ironica, discreta attenzione e mi trasporta lentamente in Patagonia, terra che l’ha affascinato, e poi si va assieme verso il cuore segreto dell’America Latina, che abbiamo frequentato a lungo e in tempi diversi, lui dalla parte dell’Ecuador, io sul lato brasiliano. Giochiamo col suo spagnolo e il mio portoghese, e arriviamo a dare all’incontro un sapore che non avremmo potuto ipotizzare all’inizio. Parliamo di Information Technology, dei guasti di una certa comunicazione e delle mie campagne pubblicitarie e di convergenza multimediale. Parliamo della new economy, che è sulla bocca di tutti, i quegli anni, senza che nessuno sappia dire veramente di cosa si tratta. Parliamo di Internet ed il Web come novità certo più profonde della velleitaria new economy, rete virtuale che propone una nuova lettura il mondo. E ci ritroviamo, ci scopriamo a parlare di etica.
L’iniziazione all’etica (maggio 2004) Bonsignore: Francesco, se Internet, come affermiamo, propone una nuova democrazia, perché finalmente dà spazio a tutti senza barriere d’ingresso… è medium etico proprio nella sua essenza; io poi ci vedo addirittura una dimensione esoterica, con questa straordinaria possibilità di esprimersi e ascoltare tutti in tutto il mondo… Varanini: Ragionare sull’etica vuol dire parlare di valori. I valori si radicano nella soggettività, hanno senso se si tiene conto della storia di vita, dell’esperienza personale, della costruzione di sé. La mia storia, la tua, quella di tutti gli altri. Per cui per parlare di etica è molto importante capire per che strada sei arrivato all’etica, passando per il Web. Come è che il ragionare attorno all’etica, mi pare di capire, può essere una sintesi della tua vita. Bonsignore: Mi divertivo a fare campagne pubblicitarie, ma ogni tanto mi succedeva d’interrogarmi. Mi chiedevo se stessi spendendo bene i miei talenti: sai, quell’idea che il copywriter per quanto bravo non è un vero scrittore, e poi il dubbio se fosse giusto indurre la gente a comprare e consumare una certa marca… Non mi era chiaro, ma il problema etico deve essere spuntato tra merendine e cioccolatini. Maturava un bisogno di capire, che poi è coinciso col nostro incontro e la simpatia reciproca per questo «malsudamericano» che ci accomuna, il tuo amore per l’America del Sud, i miei anni in Brasile. Sono andato in Brasile per scoprirmi come persona e reinventarmi persona, per stare lontano, fuori dall’Italia, lontano dai miei modelli, dai miei comportamenti, dai miei amici, anche dalla mia famiglia, perfettamente sconosciuto in un paese dove potevo finalmente lasciarmi essere come mi pareva. Mi sembra che anche nel cercare di vedersi in modo meno strutturato ci sia un aspetto etico. E questo mi ha condotto a una continua revisione e ricostruzione del mio modo di pensare, perché mi sono liberato di un modello, e nel nuovo spazio c’è entrata l’etica. Ma all’inizio più per curiosità che per una consapevole ricerca. Varanini: Ecco, è importante aver ricordato il tuo percorso. Poi, la cosa interessante è che abbiamo ragionato tanto insieme sulla costruzione e sullo scambio di conoscenze, e sui cambiamenti legati alle tecnologie. Ci siamo alimentati ragionando su nuove forme di scrittura e di interazione. Parlavamo del cambiamento di senso legato al computer, alla Rete. Del superamento del Broadcasting, messaggi che vanno dal centro alla periferia. Con il Broadcasting, ma era così già con il libro, messaggi controllati da Gatekeeper, guardiani della conoscenza, che pretendono di decidere per gli altri cosa è buono e cosa è cattivo. Il computer e la Rete ci mostrano che nel costruire conoscenza non è necessario l’intellettuale, l’interprete, il terzo superiore che raccogliere il pensiero degli altri per diffonderlo. Insomma l’idea della mediazione è superata dalla Rete, che disintermedia. A un certo punto sei stato tu che da questi nostri ragionamenti, dai nostri progetti sul tema della «nuova comunicazione», delle forme di comunicazione emergenti, che rendono obsoleta la stessa parola ‘comunicazione’, perché sarebbe meglio dire costruzione, cumulazione, socializzazione di conoscenze… da questi temi e da questi interessi sei passato a un discorso sull’etica. Perché? Bonsignore: Non so, ci sto ancora pensando. Era venuto fuori un concetto di ‘non persistenza’, non ricordo bene come, ma mi ha colpito questo fatto che la Rete, la comunicazione multimediale, siano basata su file che si possono cancellare immediatamente. Una mancanza di consistenza che ci porta lontani dal libro, dalla consistenza che il libro ha. Il libro è una cosa che c’è, di cui difficilmente ti sbarazzi. Invece con queste tecnologie è facile eliminare e riutilizzare. Dunque cose che spariscono, non lasciano traccia – almeno in apparenza. E poi ho letto Kevin Kelly[1] che chiarisce perfettamente il concetto di ‘non persistenza’ nel business: le strategie delle aziende sono basate su scelte di opportunità, anche di opportunismo, che possono essere assolutamente contingenti. Le alleanze non sono strategiche, possono servire per raggiungere l’obiettivo di oggi, e allora siamo amici e facciamo una partenrship, ma una volta realizzato il progetto ci si lascia e si torna a competere con tutto e con tutti. Ecco, questa ‘non persistenza’ mi ha portato all’etica. Nel caso di un’azienda, ci si mette insieme per sfruttare una contingenza, un’opportunità. Non mi sembra molto etico. Allora mi interrogo sulla ‘non persistenza’. Smentisce la missione dell’imprenditore, ne mette in secondo piano la vision, o addirittura costringe ad abbandonarla. Così l’imprenditore non è più quello che conoscevamo una volta, ma un finanziere che preferisco definire un approfittatore di opportunità. Siamo lontani dall’etica, anzi siamo contro. Varanini: Qui ognuno ha le sue associazioni mentali. A me questa cosa, anzi: questo venir meno della ‘cosa’ materiale, fa venire in mente il buddismo, o almeno a superficiali lettura del buddismo cui possiamo attingere da occidentali, da lontano. L’impermanenza, il mondo senza fondamenti. Quindi l’idea che questo substrato tecnologico, diverso da quello del libro che era fondato su un’idea di permanenza, porta in un contesto culturale, o di pensiero, del tutto ‘altro’. Una società, un mondo, un sistema ecologico, non si spiegano in base a fondamenti, non sono sono le religioni, non sono i legami con il passato, a spiegarci il mondo, il mondo è costruzione di possibilità, è rete di possibili connessioni, tra persone e eventi, qui ed ora. Mi viene in mente anche quel discorso di sintesi che faceva Heisenberg sulla fisica del ventesimo secolo, discorso che poi in realtà si può applicare a un contesto molto più vasto, ben oltre i confini di ciò che chiamiamo modernamente ’scienza’. Diceva che possiamo leggere i sistemi in base a tre chiavi: la relatività, la connessione, la non permanenza. Cioè, se vogliamo dire, le imprese del futuro, le organizzazioni del futuro, le organizzazioni oggi, sono relative, a seconda del punto di vista, perché puoi vedere l’azienda solo come nucleo di dirigenti, fino ad arrivare al mercato, ai clienti. Sono disegni che uno fa su una rete sottesa, un disegno che istante dopo istante si ridisegna. Quindi ci sono immagini relative, diverse. Poi c’è questa idea di connessione, più dei modi contano le connessioni, perché le conoscenze sono già date, ma esistono sempre modi per connettere in modo nuovo delle conoscenze che esistono, senza illudersi di essere creatori di qualcosa. E poi appunto la ‘non permanenza’, questo continuo cambiamento. Dobbiamo comprendere che dopo un cambiamento torna la calma è illusorio, dobbiamo abituarci a vivere in un contesto in continuo cambiamento, quindi non lineare. E non sappiamo cosa c’è dietro l’angolo, come se ogni volta ci affacciassimo su un mondo nuovo e dovessimo imparare a leggerlo in base ai segni deboli che abbiamo a disposizione. Allora è da questo che siamo arrivati a ragionare sull’etica. Bonsignore: La mancanza di un pensiero-modello, di una programmazione, diventa addirittura un vantaggio… Varanini: … è così! Ragionando di queste cose è molto importante non avere un pensiero forte, preesistente. Perché non essere legati a modelli vuol dire avere meno vincoli nel pensare. Questo pensiero vecchio non serve a niente. Ciò che serve è produrre pensiero facendo connessioni. Se siamo attaccati all’idea che il nostro pensiero è solo quello legittimato da qualcun altro non ci caliamo in questo contesto di interconnessione e di relatività. Bonsignore: Stai dicendo che questa potrebbe essere la condizione d’origine della nostra cultura? Una cultura che adesso ci limita, che ci impedisce di essere etici adesso… E una nuova cultura sulla quale ci affacciamo… Varanini: Sto dicendo che una cosa è l’autorità data a priori, assunta come tale a prescindere da come pensiamo noi, da chi siamo noi. Altra cosa è l’autorevolezza. Riconosciamolo. Il punto è che tendiamo a prendere per buone le opinioni degli esperti, delle autorità. Ma poi, invece, se ci permettiamo di essere liberi, nel leggere una cosa gli attribuiamo più valore che a un’altra. Non importa se quello è un libro di un autore famoso o dell’ultimo arrivato, o scritto su un pezzo di carta o su un blocco rilegato, oppure qualcosa pubblicato su un sito della Rete. Questo secondo me qui sta il valore, il punto di partenza. Siamo avvantaggiati da questa, come la chiami tu, mancanza di cultura. In realtà si tratta dell’emergere di una cultura diversa, più adeguata ai tempi. Bonsignore: O semplicemente un terreno potenzialmente fertilizzabile, perché mancano gli schemi. È la dimostrazione che le lacune non sono necessariamente negative. Varanini: Se non guardi indietro no, le lacune non sono negative. Le lacune appaiono come tali solo se ti confronti con modelli costruiti nel passato. Su guardiamo al presente, vediamo un mondo che scopriamo istante dopo istante, le lacune certo esistono, ma vivere è appunto colmare lacune. L’ignoranza può essere sempre trasformata in conoscenza. Non c’è limitazione in questo processo. Il limite sta nel fatto che si è condizionati dalle scuole, dalle chiavi di lettura già date. E le scuole, le letture già date, non ci aiutano a leggere i sistemi complessi, e cioè il mondo che abbiamo sotto gli occhi. Un modello di interpretazione ‘forte’ non ci aiuta. Non funziona perché separa l’oggetto dall’osservatore. Ma noi, invece, facciamo comunque parte del mondo che osserviamo. Quindi questa pretesa di pensare che qualcuno ha la chiave di lettura è fallace. Molto più efficace l’approccio ‘ingenuo’, il tuo guardare a un terreno potenzialmente fertilizzabile. Agisci in una logica di serendipità: la logica che per tentativi, per errori o per gioco, ti porta a scoprire delle cose in ambiti in cui non sapevi nulla. Quadri di riferimento, se vuoi vai in una biblioteca o sulla Rete e li trovi. Quello che conta è quale quadro scegliere, utilizzandone uno già esistente, o creandone uno ora. Ciò che conta è la sincronicità, l’essere liberi mentalmente nel leggere il mondo, utilizzando le diverse letture che si mostrano efficaci in quel contesto, in quel momento.[2] Bonsignore: letture che ci rimandano a qualcos’altro, ad altre letture, condotte con la mente semidesta. Non bisogna essere troppo razionali. Come dire, la metafora è che tu agisci bene se agisci come se aprissi un libro a caso e scoprissi che le cose che leggi ti illuminano rispetto a com’è la vita in quel momento, un po’ come un oracolo apparentemente casuale. Forse non è casualità, o almeno dobbiamo intenderci su cosa intendiamo per ‘caso’. È la sincronicità di Jung, che ho scoperto leggendo la sua prefazione all’I-Ching.[3] Varanini: Così, con la mente semidesta, orientati alla serendipità e alla sincronicità, ci poniamo nelle condizioni favorevoli per formulare abduzioni, cioè per formulare, inferenze, ipotesi interpretative del tipo: ‘non so niente di sicuro, ma se gli elementi che ho in mano sono questi, allora probabilmente…’. Certi libri li butti via, certe cose le butti via, certi testi li riprendi in mano, come dici tu ti capita in mano quel libro in quel momento, e ti illumina, ma sempre senza lasciarsi condizionare da inutili pre-concetti, pre-giudizi. Bonsignore: Questo atteggiamento che chiami abduttivo è un vantaggio se può essere integrato, razionalizzato, collegato. Perché se andassi avanti solamente a scoprire sarei una persona stupefatta, una persona che vede cose sempre nuove, ma questo atteggiamento forse avrebbe poca utilità. Mentre invece riportare il tutto in un quadro più organizzato, che abbia un senso, conferisce concretezza e utilità. Varanini: Ho qualche amico professore, di cui non c’è bisogno di fare il nome, che quando si parla di un argomento, dice: “questa è la teoria di…”. Come se quella chiave di lettura del mondo valesse in virtù dell’essere già stata pubblicata, come se valesse perché quel modello ha un autore. Ebbene, la competenza che spero di avere, di cui ti ringrazio, se me la attribuisci, è una competenza di metodo, abduttiva. L’attitudine a cercare chiavi letture adatte a agire nel presente. Cioè la capacità di tenermi lontano dall’atteggiamento del mio amico. Lui bada a chi l’ha detto, a quando è stato detto, e invece non importa se qualcuno l’ha già detto prima, o chi l’ha detto prima. L’abduzione di per sé prevede sì il tirare a indovinare, ma poi richiede sempre la verifica. Tiro ad indovinare dicendo: allora probabilmente le cose stanno così… Ma poi scarto subito l’ipotesi se vedo che non quadra. La consapevolezza di essere partiti da un’intuizione e di aver costruito un pensiero che ha dei confini, pure sfumati, ma confini… questo è il lavoro che possiamo fare insieme: se penso all’azienda, non solo i dirigenti, ma tutti coloro che in azienda lavorano. Non dirsi l’un l’altro: questa cosa è giusta, quest’altra sbagliata. I modelli sono sistemi vuoti di regole, non conta niente, di per sé, quello che hanno pensato gli altri, quella che è stata considerata fino a quel momento la mappa. Si tratta invece di dare senso all’intuizione, darle una forma. L’unico ruolo che mi pare etico oggi -mi metto nei panni del dirigente d’azienda, ma anche del consulente, del formatore-, l’unico ruolo che vorrei avere è quello di aiutare a dare una forma all’intuizione, al pensiero. In qualche modo, cogliere l’organizzazione implicita. Bonsignore: Sembrerebbe il ruolo di un sorvegliante, apparentemente disinteressato, distaccato: attento a favorire che accada ma senza intervenire. Non tirare, dice il saggio cinese, la piantina per farla crescere più velocemente, sennò la sradichi… È la difficile ricerca di essere maestri con saggezza, l’educare gli educatori, come dice Edgar Morin. Questo direi che è il presupposto etico fondamentale. Si tratta prima di tutto di mettersi in discussione, come persona che ascolta, per poi eventualmente intervenire in base a quello che hai capito, perché hai ascoltato. Adesso possiamo mettere meglio a fuoco la figura che cerchiamo di far emergere, il manager etico. Varanini: Sì. Io questo lo leggo in basse alla mia esperienza di manager, di consulente e di formatore, ma in senso più lato in una chiave di storia personale. E’ lo stesso tema che mi si presenta quando rifletto su cose di letteratura ispanoamericana. O circa la sensatezza e la pericolosità del Broadcasting. Torno al ruolo dell’autorità, dell’’intellettuale’, che è l’interprete legittimato dalla casta degli intellettuali. In realtà è legittimato solo da un contesto tecnologico che fa sì che lui sia necessario. Ad esempio, si dà per scontato che non tutti siano in grado di scrivere libri. Ma così facendo si confonde lo scrivere con il pubblicare. Il fatto è che fino al 1800 pubblicare un libro era estremamente costoso, come oggi è costoso fare un film, e infatti solo pochi possono diventare registi. Così non è che pochi scrivessero, o pensassero, pochi potevano pubblicare. Il ruolo dell’intellettuale, la sua legittimazione, si fonda su una tecnologia: la stampa. Non a caso oggi le cose sono cambiate, si pubblica mettendo in Rete, il primato dell’intellettuale, fondato su una tecnologia limitante, ha perso il suo fondamento. Eppure abbiamo intellettuali che continuano ad agire come prima. Così, allo stesso modo, abbiamo manager che continuano ad essere casta chiusa fatta di persone che si legittimano l’uno con l’altro, sempre più distanti dal mondo che c’è intorno. Possiamo dire che il manager non è che una variante di questo ‘intellettuale’: il suo potere si fonda su una tecnologia limitante, oggi superata, eppure si è montato la testa e pensa che gli altri abbiano bisogno di lui per avere il pensiero. Mentre in realtà, nelle migliore delle ipotesi, lui non ha fatto altro che prendere il pensiero degli altri, codificarlo in una forma, e poi imporlo agli altri come programma chiuso, come libro che può essere solo letto. Dicevi di Morin, la sua idea di deuteroapprendimento, l’imparare a imparare. Possiamo anche dire meta-apprendimento. Meta-: qualcosa che sta dietro, oltre, qualcosa che si connette con quello che abbiamo sotto gli occhi, e ci aiuta a spiegarlo. Possiamo parlare anche di meta-autore. Borges è il caso esemplare. Lui interpreta il ruolo dell’autore sapendo che in realtà ha ben poco di nuovo da aggiungere al patrimonio universale di conoscenze, alla letteratura. Dà per scontato che la sua opera non è che una mera rielaborazione di opere già scritte, di temi già pensati. Anche se l’autore non lo sa, anche quando pensa di dire qualcosa di nuovo, forse sta solo ridicendo cose già dette. Immagina libri e autore che non esistono, ma che potrebbero esistere, mette l’oscuro autore argentino accanto a Dante o a Cervantes. In che modo può dirsi autore, allora? Come autore di letterature possibili, come autore che mostra come si potrebbe scrivere. Non c’è un centro nella borgesiana Biblioteca di Babele, come non c’è nel Web. E’ un sistema di permutazioni, una tela di connessioni da percorrere. Bonsignore: Questo è un punto centrale. Rinunciare al proprio ruolo come dominante. A me che si consideri come centro, ad esempio, un Latouche e gli altri come periferia non interessa: mi interessa il suo pensiero. E così sei altrettanto centro tu e periferia lui: relatività. L’autore siamo tutti, non c’è più un’esclusività di ruolo. Varanini: L’unica differenza tra l’uno e l’altro -una differenza veramente etica- è che alcuni possono pubblicare libri ed altri no. E che alcuni appartengono a una élite che si autoperpetua ed altri no. L’unica differenza è che certe persone sono nate in certi circoli, ed hanno coltivato questa appartenenza non di rado giocando scorrettamente, utilizzando e anzi contrabbandando la loro appartenenza a un determinato ambiente per usare libri e l’antenna centrale del Broadcasting per diffondere il proprio pensiero. Senza interrogarsi sul valore, sulla ricchezza del proprio pensiero. Ma oggi con Internet, con il Web questa difesa cade. Ognuno può pubblicare. Sta a noi approfittarne. Mi sembra quasi di notare uno stupore nelle tue parole. Come una difficoltà a maneggiare strumenti nuovi, che permettono di fare un lavoro che prima era troppo difficile fare. Allora, se devo dire in cosa consiste oggi l’etica: è l’etica della relazione, è l’etica del rispetto, è l’etica che sta nell’accettare che il mio pensiero vale come il tuo. La conoscenza è una costruzione collettiva, a cui tutti si contribuisce. La logica dell’appropriazione è proprio superata dalla tecnologia, dal contesto. È fallace, ha le gambe corte. La nostra capacità sta nel connettere. Non nel leggere le fonti autorevoli, ma nel costruire socialmente autorevolezza mettendo insieme fonti diverse. Bonsignore: Dare un valore aggiunto a quello che c’è già, perché lo si connette. Quindi modalità diverse, bisogni diversi, interpretazioni diverse che possono generare o attirare altri interessi e altri problemi. È un atteggiamento di modestia, di consapevolezza del limite. Mi chiedo se allora stiamo giocando un ruolo che non è più attuale, nel senso che visto che stiamo parlando per scrivere un qualcosa… Varanini: Saggezza e modestia non portano al silenzio. Anzi. E’ dare valore a ciò che ognuno, e proprio noi due insieme, possiamo dire e fare. È dire: guarda, non ti dò la verità, non ti dico quello che devi pensare, ti racconto quello che pensano due soggetti pensanti. E poi ti dico che potresti fare lo stesso tu. Questa secondo me è l’etica della relazione, l’etica della conoscenza, dove ti faccio vedere come io ho percorso un mondo di conoscenza, e cerco di descriverti il mio percorso, non dicendo che è il migliore, ma dicendo che ha un valore perché è il mio, perché questo ho fatto, questo sono. Non è il modello a cui ti devi attenere, è un esercizio di libertà conoscitiva rispetto ai saperi, che sono molti, molteplici. Bonsignore: È anche un premio all’iniziativa. Mi sono dato daffare dieci anni riflettendo su cose che innanzitutto interessavano a me, ma che possono essere utili ad altri. E ora ne lascio traccia: prendilo come un dono, un contributo. Quindi se noi raccontiamo come, partendo da punti di vista diversi, ci siamo incontrati e siamo arrivati a parlare di etica, se narriamo di come siamo arrivati a chiamare questo tipo di relazione o di progetto ‘etica’, ne facciamo dono agli altri, comunichiamo un percorso. Adesso mi viene in mente meglio: mi sono posto il problema dell’etica quando alla fine di una docenza di marketing e comunicazione invitavo l’aula a non fare overpromise, a non denigrare il concorrente, a non usare termini maliziosamente ambigui. Bè, la reazione comune era: tanto-è-impossibile-fare-profitto-e-essere-corretti. Impossibile, per tutti loro, conciliare la visione di un imprenditore che per definizione deve guadagnare con un comportamento responsabile verso il prossimo, cioè etico. L’argomentazione ricorrente era: un’altra invenzione del marketing, fare finta di essere buoni e bravi e corretti per vendere di più. Un altro trucco dell’imprenditore per guadagnare quanto più possibile e al tempo stesso, salvare la faccia o se vogliamo, l’anima. Così abbiamo fatto un’Associazione senza scopo di lucro, che ci consente di muoverci senza eccessivi vincoli, abbiamo una motivazione importante, una visione e stiamo raccogliendo consensi e disponibilità. Una strada che cerchiamo di percorrere con logica e concretezza, non solo raccontando in teoria qualcosa e sull’etica, ma scoprendo passo dopo passo cosa è sperimentabile, e sperimentando. Vogliamo vedere se anche nella logica dell’impresa esiste uno spazio per comportarsi in modo costruttivo e rispettoso dell’altro. Varanini: Su questo ci siamo sempre trovati d’accordo: qui non si tratta tanto di dare definizioni astratte, ma di vedere concretamente come agire nel presente. La questione non sta nel tanto dare punti di riferimento. Sta anzi nel dire che non si può confidare in riferimenti, in guide maestri modelli o quadri istituzionali. Dobbiamo abituarci a vivere in un mondo senza fondamenti, ad occupare occupare comunque lo spazio che riusciamo a prenderci. Fare quello che si può, con saggezza, con fiducia in se stessi e negli altri. Vogliamo stimolare una riflessione nei manager: guardate che l’etica vi riguarda; pensate che l’etica significa innanzitutto prendere cura di voi stessi; ricordate che l’etica si radica nella vostra personale storia di vita; considerate che l’etica d’impresa non si riassume in azioni di Corporate Social Responsibility: la responsabilità sociale non si risolve in formule, in modelli, se non è una finzione è un atteggiamento diverso da caso a caso, strettamente legato alla cultura di ogni organizzazione, e delle persone che ne fanno parte. Vogliamo parlare di etica ai giovani che si affacciano sul mercato del lavoro, i giovani che si sentono sbandati e sbalestrati, perché capiscono che un certo tipo di autorità non è più credibile. E che trovano difficile credere che nel lavoro ci si possa realizzare, trovano difficile accettare… Bonsignore: Accettare questa realtà, perché questo è il contesto in cui si trovano a vivere e si troveranno a vivere sempre di più. Per questa via si torna a dire: guarda che non trovi nessuna scusa per non assumerti delle responsabilità… Varanini: Questo del dire allora sono obiettore di coscienza, allora io mi chiamo fuori, allora attribuisco la colpa di tutto ai padroni e ai politici cattivi, queste sono fughe: non mi fido più dei princìpi dei padri, va bene. Ma i padri non si sostituiscono con ideologie, con qualche guru o qualche mito. Ognuno, anche i giovani, innanzitutto loro, hanno responsabilità, prima che verso gli altri, verso se stessi. Come stai ricordando, credo che ci competa dire loro una cosa che mi sono trovato spesso a ripetere durante master, o percorsi rivolti ai giovani, quando li sento manifestare disinteresse per ruoli di responsabilità. E’ vero che si vedono all’opera dirigenti incapaci, malversatori, indegne persone non di rado gratuitamente sadiche. Questo è certo un cattivo esempio. Ma non è una buona ragione per chiamarsi fuori, per dire; io con questo mondo non voglio averci a che fare. Al contrario, a questi giogani dobbiamo dire: ragazzo, guarda che se rinunci a pensare che tu potresti diventare un capo, diventerà capo al posto tuo una persona peggiore di te. Anche in questo senso ognuno è responsabile di quello che succede in una organizzazione. Bonsignore: Sì, allora le varie situazioni definite come mobbing, stalking, harassment, certo vanno prese sul serio e combattute, ma non nascondendosi dietro protettori, dietro il difensore dei mobbizzati. Perché tanto ci sarà sempre qualcuno che tenta di aggredirti, di rubarti il posto, specialmente se vali. Tu quindi devi diventare tanto forte da prenderti il tuo posto nel mondo, senza aspettare che qualcuno ti difenda… ma questo non aumenta l’aggressività? Varanini. Non direi. Dobbiamo pensare alle organizzazioni come sistemi ecologici, lì c’è il leone come la giraffa, la formica o il bradipo. Ognuno ha il suo spazio e le sue opportunità. L’adattamento non è pressione dell’ambiente sulle persone, è innanzitutto spazio che ognuno si prende, adattando a sé l’ambiente. L’arroganza non è l’unico modo per avere il proprio posto all’interno delle organizzazioni produttive. A volte più dell’arroganza premia la debolezza reale o apparente, la non resistenza. Ricorda Bartleby, lo scrivano del racconto di Melville, rispondeva gentilmente al suo capo “I would prefer not to”, e non c’erano santi, non faceva nulla di quello che non voleva fare. E poi, dobbiamo anche ricordare che la libertà non è fare quello che ci pare. Dobbiamo ricordare che non esiste in fondo confine tra ‘lavoro’ e ‘tempo libero’. Forse non facciamo tutto quello che potremmo fare nel nostro ruolo di persone impegnate nel lavoro. E comunque nessuno può impedirci di fare altre cose nel resto del tempo. Anche con l’aiuto delle tecnologie -telefono e Web- si possono vivere più vite contemporaneamente. Bonsignore: Dove ci porta quello che dici? Varanini: Porta a dire che l’importante è restare legati alla propria storia, e costruirla giorno dopo giorno. Porta a scoprire i propri valori personali, e affermarli e offrirli. Porta a non offrire protezione, a non intendere la relazione come edificazione di una lobby. Porta a dire: non prendermi a modello. Non rifiutarsi di condividere conoscenze, di essere ospitali, ma dicendo: così come io ho cercato di fare, costruisciti la tua casa. Bonsignore: Questo può diventare un compito molto complesso. È un sentiero impegnativo, dove non ci si pone come modello ma in qualche modo si cerca di ispirare atteggiamenti mentali. Insomma un modello che non vuole esserlo. Varanini: Sì, se vuoi è un meta-modello. L’insegnamento sta n grande misura nel non detto. L’apprendimento riguarda l’uso dei mezzi. Quello che serve è imparare a imparare. Non serve insegnare codici di comportamento, serve scoprire il proprio modo di pensare. Bonsignore: In questa logica più che di insegnante dobbiamo parlare di maestro. Se non proprio di vita, per non rischiare di proporre la propria come percorso individuale, maestro di pensiero, o di non-pensiero. Nel senso che -stiamo dicendo- deve cercare di non precostruire nulla che possa indurre a pensare in un certo modo. Forse si tratta di cercare di aiutarsi a definire una nuova situazione di libertà e di pensiero? Potrebbe essere d’aiuto. Proprio l’accettazione della casualità può essere il modello-non-modello, un incentivo a fare, a studiare, a crescere, perché non presuppone delle barriere di conoscenza. Varanini: Scopri la tua etica. Cioè: hai una tua etica, portala alla luce. Bonsignore: Se tu mi chiedessi di scoprirla non ti saprei dare una risposta. Varanini: Non è importante rispondere a parole, ma essere, anzi: esserci. Qui parliamo di valori, di atteggiamenti, di comportamenti che tengono insieme la tua storia di vita con la tua situazione che stai vivendo. E tu i tuoi valori, i tuoi atteggiamenti, i tuoi comportamenti li hai. Come li ha ogni persona che lavora. Ogni operaio, ogni impiegato, ogni manager. Quand’è, in realtà, che ci si sente a disagio? Quando stiamo svolgendo un ruolo che sentiamo in conflitto con la nostra storia e con il nostro modo di essere. Questo è il problema delle persone più sensibili, e al contempo attente ai valori e alla giustizia: sembra impossibile, talvolta. restare se stessi, una persona intera, quando il contesto è ingiusto e le aspettative di ruolo sono difficili da accettare, talvolta inaccettabili. Di fronte a queste situazioni, non resta che fare appello a se stessi, alla propria ‘competenza etica’. Si è soli. Ma le lezioni dei maestri possono essere un conforto. Bonsignore: Allora questo libro dobbiamo dedicarlo principalmente a loro, alle persone più sensibili e più attente ai valori e alla giustizia.
Sei anni dopo: questo libro (maggio 2010) Bonsignore e Varanini: Il tempo passa. Le lezioni, raccolte dalla viva voce, durante le prime tre edizioni del nostro corso di alta formazione, tra il 2003 e il 2005, sono state trascritte e riviste dagli autori. Già anni fa Giancarlo Lunati ci ha regalato la sua Prefazione. Ma Assoetica è una associazione che vive dei momenti che riusciamo a dedicarle, e dell’attenzione che il tema dell’etica riscuote. Non ha senso forzare, anzi, si deve evitare ogni forzatura, se si vuole evitare di trasformare l’etica in una merce formativa e consulenziale. Si deve semmai apprendere ad attendere il momento propizio per ogni cosa. Cogliamo ora il momento propizio per la pubblicazione. Così ora abbiamo riletto insieme quel nostro dialogo di sei anni fa. L’abbiamo lievemente aggiornato. Ci pare una buona introduzione alle lezioni. Non abbiamo molto da aggiungere. La forma-libro impone un ordine, una sequenza. Abbiamo cercato di costituire un percorso partendo, con Bauman, da una definizione del campo: il momento storico e socioculturale, e in questo contesto l’etica del lavoro e degli affari. Carroll ci avvicina al management. Poi coni di luce su temi più specifici. Per tornare infine, con Latouche e Veca, ad allargare lo sguardo: ragione, ragionevolezza, responsabilità. Questa sequenza, lo sappiamo bene, non è che una delle sequenze possibili. Ci piace pensare che ogni lettore si trovi la propria, partendo dal capitolo che trova più vicino alle domande che si pone, alle aspettative più impellenti. Oppure guidato dai titoli, dalla previa conoscenza degli autori, o dalle loro brevi presentazioni, che trovate nelle ultime pagine. Del resto, crediamo che valga anche per questo libro quello che abbiamo scritto presentando il corso di quest’anno. Ben più del programma -della griglia, dello schema, del modello- conta il progetto. Il progetto consiste nella speranza di offrire ai lettori l’occasione per scoprire un proprio modo di agire eticamente, a partire dalla propria storia personale, dalla propria cultura e dalla propria autobiografia, ma anche tenendo conto dei vincoli organizzativi, e degli spazi concretamente concessi dalla posizione di lavoro ricoperta. Come ci ricorda la frase di Emmanuel Lévinas che consideriamo il nostro motto: “l’etica è un’ottica”. Abbiamo cercato di dirlo nelle pagine che avete appena letto: l’etica è il personale punto di vista sul mondo di ognuno di noi, uno sguardo radicato in valori, cultura, storia personale. Ma ognuno ha il suo sguardo, la propria ottica. Perciò l’azienda possibile, l’azienda che possiamo sperare di contribuire a creare con il nostro lavoro, è una costruzione comune, il luogo di convergenza degli sguardi di tutti coloro che in quell’azienda operano, e che con quell’azienda hanno a che fare. E perciò questo libro è il terreno comune illuminato da diversi coni di luce, dagli sguardi, diversissimi tra di loro, di dieci maestri.
[1] Kevin Kelly, Out of Control: The New Biology of Machines, Social Systems, and the Economic World, Addison-Wesley, Reading, MA, 1994. Kevin Kelly, New Rules for the New Economy: 10 Radical Strategies for a Connected World, Viking, NY,1998. [2] Dialogavamo, quel giorno, avendo in mente un breve testo di Francesco. Questa la genesi del testo: l’11 settembre 2002, a Venezia, si tenne il Seminario “Raccontare le imprese. Verso un’antropologia dell’imprenditorialità e del management” (organizzato dall’Università Ca’ Foscari e dall’Istituto Triveneto di Alta Cultura Europea). Avendo a disposizione solo venti minuti, Francesco si è limitato a leggere alcune poesie, (in parte comprese in T’adoriam budget divino. Critica della ragione aziendale, Sperling & Kupfer, 1994, in parte uscite poi in L’irresistibile ascesa del Direttore Marketing cresciuto alla scuola del Largo consumo, Guerini e Associati, 2004). Ha però lasciato agli atti il testo intitolato Il ricercatore debole. Testo poi stato pubblicato come Appendice in Francesco Varanini, L’irresistibile ascesa del Direttore Marketing cresciuto alla scuola del largo consumo, Guerini e Associali, 2003. Il testo (ricco di riferimenti bibliografici ai temi qui trattati) è accessibile anche su www.scribd.com. [3] I Ching, ed. a cura di Richard Wilhelm (1a ed. tedesca 1924), trad. ingl. di Cary F. Baynes, Prefazione di Carl Gustav Jung, New York, Pantheon Books, 1950; trad. it. I Ching. Il Libro dei Mutamenti, Milano, Adelphi, 1991.