
IL CAPITALE SOCIALE NELLA SOCIETA' DEL CONTROLLO
"Quanto avete come capitale
sociale?" Questa è la prima domanda che pone la banca quando le si chiede di
sostenere la ricerca e i progetti dell'azienda. Ovvero, "qual' è il fondo di
garanzia che potete offrire in cambio del nostro denaro?".
Non c'è proprio
nulla di sociale in questa interpretazione del capitale sociale di un'azienda.
Perchè sociale non è solo il denaro conferito dai soci: il bene, il capitale
sociale è la visione, l'intuizione, il sogno, la voglia di impegnarsi e di
rischiare insieme per realizzare un progetto o una semplice speranza. Perchè è
così difficile che, per valutare il "capitale" di un'azienda, il nostro sistema
creditizio e imprenditoriale in generale accetti di valutarne, a parte forse la
brand awareness, le idee, la capacità di innovazione, la vocazione al
cambiamento, la sensibilità nell'intercettare i bisogni latenti, la formazione e
la capacità di apprendimento del management e dei collaboratori, la rete di
relazioni, il livello di fidelizzazione della clientela, l'impegno etico, la
coscienza sociale….? Si, belle idee, tante buone intenzioni ma alla fine quanto
valgono? Concediamo pure (prudenza, prudenza) qualcosa a titolo di avviamento ma
certo non basta, bisogna essere concreti…
Mentre Pierre Bourdieu ha definito
da tempo tre forme diverse di capitale: Economico, Culturale, Sociale
approfondendone le interazioni e le reciproche inflluenze (Marco Deramo, il
manifesto), la nostra intellighenzia burocratica, supponente o al più
impacciata, resta ben aggrappata al teorema del rischio e della garanzia che
deve essere "capiente", tipo 3 x 1. Nel senso che se mi dai garanzie reali per
valore 3 io ti apro credito per valore 1. Talvolta anche generosa, quando si
tratta ad esempio di "capitale d'avventura" pronta a versare il proprio
sostanzioso contributo nella sconosciuta net economy e alimentare il mercato
speculativo nonostante gli espliciti, autorevoli richiami alla prudenza (vedi
Gartner Group, eCommerce Disillusion, Novembre 1999). Salvo poi scoprire che le
idee - non gli azzardi - di manager innovativi, sostenute da solidi modelli di
business, pagano e sanno portare utili all'old economy e anche alla new.
La
verità è che il Capitale Sociale non deve più essere considerato una mera entità
finanziaria; il suo valore economico sta anche nella capacità di esprimere una
specifica aggregazione di forze, un'unione integrata di competenze, un'alleanza
di intenti, un'attività appassionata che produce beni, servizi e risultati.
Capitale che quando è sostenuto da valori e sentimenti condivisi, assicura
all'azienda maggior longevità, e con questa più profitto ancora.
Rispettiamo
dunque l'importante ruolo del Capitale Economico (domanda: se è un elemento
imprescindibile della produzione non dovrebbe essere iscritto fra le voci di
Costo, alla stregua di una materia prima?) ma impariamo a considerare anche gli
altri capitali e a valorizzarli. Il Capitale Culturale è quello che assicura
all'azienda il vantaggio competitivo mentre il Capitale Sociale (inteso come
capacità di socializzare dell'azienda) crea il consenso. Non meritano forse
d'essere valorizzati in bilancio? Baruch Lev afferma nel suo intervento alla New
York University:
"Sostenere che gli asset tangibili dovrebbero essere
misurati e valorizzati, mentre quelli intangibili no, equivale a sostenere che
le "cose" hanno valore mentre le "idee" no."
Evidentemente anche gli
investitori la pensano come lui, dal momento che affidano i propri capitali a
un'azienda come Microsoft con nemmeno 1 miliardo di $ di tangibles
valorizzandola in borsa $85 miliardi, ben più dei $75 di IBM coi suoi $17
miliardi di immobilizzazioni tecniche (1997) ! E così per Nike, Chrysler e tanti
altri marchi di successo che fanno pura progettazione e marketing, senza
fabbriche nè macchinari. C'è da chiedersi, con un po' di sana perplessità,
quanta fiducia e quanto capitale avrebbero ottenuto dal nostro sistema
creditizio.
Forti di questa consapevolezza e del valore congiunto dei nostri
tre "Capitali Sociali" possiamo affrontare la Società del Controllo acutamente
descritta da Gilles Deleuze che profetizza il dominio da parte delle corporation
del mercato globale mediante l'uso delle nuove tecnologie (ingegneria
molecolare, manipolazione genetica ecc.). Deleuze osserva che nella nostra epoca
le priorità si sono spostate dalla tangibile concretezza della fabbrica
all'astrazione immateriale della corporation. Valori come la solidarietà e la
compattezza delle forze del lavoro non possono più essere mobilitati per opporre
resistenza di massa agli imperativi globalizzanti del capitale. Al contrario,
nella corporation prevale l'individuo, la competizione, il far da sé,
atteggiamenti che vengono esasperati oltretutto dalla spinta all'ongoing
education necessaria a difendere il posto di lavoro e conquistarsi migliori
condizioni economiche.
Viviamo in un sistema che favorisce l'espansione
dell'ego-individualismo (ben lontano dalla ricerca interiore) e mortifica
l'individuo, rendendolo sempre più isolato. Nella precedente società della
Disciplina descritta da Deleuze ognuno aveva una sua "firma" che gli garantiva
una connotazione, un posto nella massa culturale mentre nella nuova Società del
Controllo questa individualità ha perso importanza. Ciò che conta, conclude
cinicamente Deleuze, è che l'individuo abbia accesso all'informazione e la sua
"password" per stare ben dentro alla Rete e partecipare al gioco globale. Così
che il suo controllo, e quello di tutti gli individui, aumenterà perché i
computer ci seguiranno ovunque monitorando in tempo reale dove siamo e cosa
facciamo: un tracking completo e sempre aggiornato.
Come possiamo difenderci,
così ammaliati dal "nuovo" da non avere nemmeno il tempo di consumarlo?
Attingendo al nostro Capitale Sociale per riscoprire la calma del take
your time, il conforto del dejà-vu, il piacere della riflessione e contrapporli
alla mobilità esasperata del "connesso sempre e ovunque". Il wireless crea
isolamento, ostacola la condivisione e minaccia di renderci insensibili alla
solidarietà. Dobbiamo imparare a controllare le cause dell'oblio individuale che
ci sommerge: essere avari con la TV, ridurre i tempi al PC, centellinare il
cellulare, lasciare a casa il portatile, dimenticare il palmare, sfilare gli
auricolari e ricominciare a guardarci e ascoltarci. Dobbiamo essere meno
audience ma anche meno interattivi!
Dobbiamo recuperare un po' di noi stessi
per meritarci quella sensazione perduta di protezione reciproca ringraziando Dio
che l'arte, la cultura, la Tradizione col suo apparente vecchiume sono ancora
lì, pronte a lasciarsi scoprire e aiutarci.
Pierre Bourdieu:" fieldwork
in culture", Nicholas Brown, Lanham MD
Baruch Lev, "Intangibles : Management,
Measurement and Reporting", Brookings Institution Press 2001
Gilles Deleuze,
" Postscript on the Societies of Control", MIT Press, Cambridge,
MA.