Torna alla home page
Albo professionale degli Ethics Officer

 

Guido Tassinari

Da dove vengo
Il mio nome è Guido Tassinari, ho trentott’anni, sono figlio, sposo, padre, cittadino e lavoratore, anzi cittadino-lavoratore, come dice la nostra bellissima Costituzione. Sono nato e cresciuto a Milano, che sento più di ogni altro luogo al mondo come casa mia, anche se dodici anni fa la lasciai per tornarvi solo dopo oltre sette.

Ho fatto tanti mestieri, alcuni a bassa specializzazione, a Milano e in giro per l’Italia (camionista, imbianchino, strillone, aiuto-cuoco, bambinaio, clown, venditore di cinture di sicurezza), altri ad alta specializzazione (osservatore dei diritti umani e supervisore elettorale per Onu, governo italiano, Osce in Centramerica e Balcani, ricercatore per il censimento americano, esperto di asilo e aiuti umanitari per varie Ong e in vari paesi, valutatore di politiche pubbliche per la sanità e l’educazione).

In mezzo, prima durante e dopo, ho insegnato a bambini e adulti, tenuto conferenze e formazioni, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, fatto l’educatore nei servizi sociali, condotto programmi di avviamento al lavoro di emarginati, scritto libri di divulgazione scientifica e di approfondimento di temi dei programmi scolastici e universitari, suonato –male, ahimè- tromba e trombone.

Aaah.. ho un dottorato in diritto internazionale e una laurea in scienze politiche (indirizzo economico-statistico), una discreta familiarità con i computer, e -essendo parte di una famiglia mista- parlo e scrivo quotidianamente in inglese e spagnolo, quasi quanto in italiano.

Dove e perchè ho incontrato Assoetica
Abitavo da un paio d’anni a Washington quando scoppiò lo scandalo Enron/A.Andersen. Vari amici e conoscenti, avvocati d’affari e consulenti, rimasero sconvolti dalla vastità della rete di complicità intessuta dai dirigenti implicati -sebbene a me paresse che le sue trame fossero da tempo davanti agli occhi di chi le volesse vedere. Altri amici, invece -attivi nella difesa dei diritti umani e che da molto si occupavano di business and human rights, ma sempre da una prospettiva esterna al primo corno della diade- ebbero una reazione (tipo: ‘mbè, dov’è la novità?) che pure non mi sembrava aiutasse granché né la comprensione del problema né il perseguimento di quel rinnovamento etico, che si iniziava a sentire richiesto da sempre più vasti settori sociali.

Quando, nell’estate del 2003 -ormai a Milano da qualche mese- m’imbattei in Assoetica (su un settimanale femminile!) mi parve subito l’ambiente giusto per impegnarmi a cercare di far incrociare i due punti di vista, e m’iscrissi al primo Master in Business Ethics Management.

Terminato il Master, sebbene abbia continuato a lavorare nel mio campo - tentando però di vedere le politiche sociali e nei diritti umani sempre più in un’ottica economicista, ancora piuttosto estranea al non profit italiano- sono rimasto legato ad Assoetica, il che mi ha permesso di commettere delle incursioni nell’altro campo –quello del lavoro for profit- e ho cominciato a scrivere articoli e storie in riviste di discussione di temi legati al lavoro e all’organizzazione, cercando specularmente di introdurvi virus a essi tradizionalmente estranei, in specie quelli prodotti dai diritti umani e dall’intercultura.

Dove vorrei andare
La coscienza della crisi, e quindi della necessità di un rinnovamento etico e organizzativo del mondo del lavoro e della produzione italiano è ormai patrimonio di tutti, così come quella di farvi circolare e confrontare nuove idee e prospettive. Così pure la storica lamentela riguardo la scarsità di investimenti in innovazione e ricerca dell’industria italiana.

Un luogo comune da sfatare, però, è quello che questa scarsità sia dovuta al sottodimensionamento delle imprese italiane, il che sottenderebbe che le piccole e medie imprese non possano fare ricerca e innovazione. Può essere vero se si consideri la sola ricerca scientifico-tecnologica e solo in alcuni -non tutti- i settori, ma non c’è niente di più falso se si guarda piuttosto alla ricerca sui processi produtivi e organizzativi: lì proprio investimenti sulla propria etica d’impresa possono invece costituire il volano della ripresa. Sia in termini di processo che di prodotto, infatti, un bene o servizio realizzato più eticamente è diverso -quindi innovativo- da uno apparentemente uguale ma realizzato senza quel valore aggiunto, e l’entità dei finanziamenti necessari è sicuramente alla portata anche delle piccole e medie imprese.

Vorrei allora che ci fosse più coraggio da parte di imprese e organizzazioni nel coinvolgere voci esterne -come Assoetica!- e investire in intraprese non immediatamente produttive, con la fiducia che da tanti semi gettati qualcosa prima o poi nascerebbe, che è poi la logica tanto della migliore ricerca scientifica pura, sia dei (pochi, ahimé) programmi umanitari che funzionano, quanto di quel venture capitalism che ha fatto la fortuna di Silicon Valley.

E mi sembra che siano esempi incoraggianti...