Assoetica

Assoetica al Piccolo Teatro

ASSOETICA
in collaborazione con
PICCOLO TEATRO – TEATRO D’EUROPA

nell’ambito del progetto “Settimo. La fabbrica e il lavoro” presentano

Martedì 14 febbraio 2012 ore 18
Chiostro del Piccolo Teatro Grassi -via Rovello, 2

con Bruno Bonsignore e Francesco Varanini

Senza fabbrica non c’è valore

In occasione della messa in scena dello spettacolo Settimo. La fabbrica e il lavoro, Bruno Bonsignore, Presidente di Assoetica, associazione non profit promotrice di incontri, interventi in azienda e momenti formativi e Francesco Varanini, Direttore della rivista Persone &
Conoscenze, dialogheranno a proposito della centralità etica del luogo virtuoso dove per mezzo del lavoro e degli impianti si fabbricano cose.

A seguire ore 19,30 al Piccolo Teatro Studio Expo

“Settimo. La fabbrica e il lavoro”

drammaturgia e regia di Serena Sinigaglia
con Ivan Alovisio, Giorgio Bongiovanni, Faustino Caroli, Andrea Collavino, Aram Kian, Franco
Sangermano, Beatrice Schiros, Francesco Villano, Maurizio Zacchigna
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con Fondazione Pirelli

Un testo cucito a partire da oltre 2.000 pagine di interviste ai dipendenti del polo industriale Pirelli di Settimo Torinese: una documentazione di straordinaria importanza per guardare al passato, al presente e soprattutto al futuro del lavoro in Italia. Accanto alle riflessioni sul “tema lavoro”, emergono gli aspetti più strettamente privati e biografici degli operai e dei quadri dirigenti, che documentano il passaggio dal vecchio polo industriale di Settimo al nuovo di prossima apertura.

In esclusiva per gli amici di Assoetica,
è possibile riservare i biglietti dello spettacolo “Settimo. La fabbrica e il lavoro”  al prezzo speciale di 15 euro (anziché 33).
Si prega di inviare la richiesta di partecipazione all’incontro e prenotazione dei biglietti scrivendo a comunicazione@piccoloteatromilano.it entro venerdì 10 febbraio 2012.

Assoetica promuove, con inizio sabato 18  febbraio, il Corso “La Direzione Etica”, per ulteriori informazioni www.assoetica.it

Assoetica a Milano e Roma

prossima apertura dei due nuovi uffici dell’associazione

Il Confine Etico della Retorica (Paolo Fabri)

Paolo Fabri

“La retorica è già una forma di etica perché evita la violenza”.

Estratto della docenza di Paolo Fabri al corso Assoetica di venerdì 31 marzo 2004.
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Affrontiamo ora i problemi della retorica, il confine tra metafora e bugia e la capacità di attivare o disattivare nella comunicazione la mia responsabilità e quella dell’altro; cerchiamo di impostare questi problemi con chiarezza e correttamente in linea generale, lasciando i casi particolari. Non possiamo pretendere di trovare delle risposte certe.

Ad esempio, alcuni anni fa in Svizzera, qualcuno si era costruito un rifugio antiatomico. Il problema era capire come ci si sarebbe comportati nei confronti di quelli che non avevano il rifugio quando fossero arrivati e avessero bussato. Come si risponde a questi? Come risponde la formica alla cicala. A questo punto la formica è responsabile o no? La cicala non avrebbe neppure dovuto bussare?

Qualcuno potrebbe dire: chi bussa? Un bambino, un vecchio, un amico? La risposta l’ha data La Fontaine: non hai pensato a costruirti una protezione contro il rischio, peggio per te (La Fontaine ha comunque in mente una società un po’ diversa dalla nostra, di tutte le formiche, oggi forse è un po’ diverso).

Perché in questo contesto è opportuno prendere in considerazione il problema della retorica?
La retorica nasce sulla disputa (vedere a proposito “La retorica antica di Roland Barthes”, Bompiani); avevano cacciato un certo numero di proprietari terrieri in Sicilia, quando cambia di nuovo la politica questi rivogliono la terra, si formano perciò dei tribunali per risolvere la questione e nascono le argomentazioni. Dovendo sviluppare in un luogo di conflitto delle pretese ad un diritto, che è sempre legato all’obbligo di un altro (i diritti e gli obblighi devono perciò essere distribuiti), nascono delle strategie del discorso. Esse tentano di risolvere il problema della guerra, ossia la retorica tenta di risolvere il problema grazie ad una mediazione linguistica verso la pace (per evitare di risolvere il problema con le armi); la retorica è, quindi, già una forma di etica perché evita la violenza. Quindi si crea un tribunale, si stabilisce un giudice super partes che possa valutare il peso delle argomentazioni. Questo è l’aspetto positivo: si diranno al giudice, di cui si accetta la giurisdizione, le ragioni a sostegno del proprio diritto (si sottolinea anche che di fronte ad un giudice ci si rivolge al proprio avversario in modo impersonale).

La retorica, tuttavia, è uno strumento di pace che sta al posto della guerra. Introietta una serie di problemi bellici, non è un luogo pacificato ma di strategie e di controstrategie: ossia occupa il luogo linguistico delle armi.

Essa è una disciplina del linguaggio, delle immagini, degli oggetti, è la capacità di convincere gli altri con vari mezzi, Marco Antonio che strappa il vestito di Cesare e dice che le ferite sono come bocche che parlano. Con vari tipi di “segni” possiamo tentare di persuadere il giudice. È importante che ci sia un giudice e se non c’è un giudice dobbiamo tentare di convincerci l’un l’altro.

Perciò la retorica è una disciplina che mira a ristabilire la pace, introducendo nel linguaggio delle strategie conflittuali. Se uso la violenza per convincere, non ho bisogno di argomentazioni; quando uso le argomentazioni ho bisogno di persuadere l’altro.
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Il testo completo della docenza di Paolo Fabbri nel libro “Un’Etica per manager“, Guerini Editore, 2010.

Gli Strati dell’Etica e le Ragioni della Responsabilità (Salvatore Veca)

Salvatore Veca“La questione etica sorge se qualcuno si chiede come sia giusto rispondere nei confronti di qualcun’altro.
In questo senso l’etica può essere definita come l’insieme, o meglio il sottoinsieme delle risposte ad altri.
Una condotta che varia col variare degli scopi non è etica, per cui io dovrei rispettare anche chi non stimo.
È necessario assumere vincoli di scarsità tali per cui questo mondo possa essere in qualche modo superato da imprese vive.”

Estratto della docenza di Salvatore Veca al Corso Assoetica di venerdì 23 aprile 2004.
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Trent’anni fa al termine etica veniva associata una serie di scelte di moralità privata (private morality) mentre non esisteva un’etica pubblica per l’ambito intersoggettivo o sociale, che riguardasse la politica, le istituzioni, le imprese e via dicendo. Ricordo che quando introdussi il concetto lo feci a partire da una serie di tentativi di applicazione dell’etica, o di adozione di un punto di vista etico su questioni pubbliche, collettive; giunsi, alla fine degli anni Settanta, alla discussione sulle teorie della giustizia sociale, della giustizia distributiva, che già da dieci anni costituivano il fulcro della discussione.
In quegli anni, fra il 1970 e il 1980, si ebbe lo sviluppo delle etiche applicate: la prima conferenza sulla tematica, dal titolo “business ethics”, fu tenuta in Texas dal professor R. De George [1] nel 1974, e poneva il problema, che poi sarebbe cresciuto, di una qualche responsabilità etica nell’ambito del business e degli affari, più che nell’ambito variegato dell’attività economica in generale. Si può dire tuttavia che i due grandi sviluppi in quegli anni sono quello dell’etica nell’economia, e quello dell’etica medica con il successivo fiorire delle questioni bioetiche, come si usa chiamarle oggi. Ricordo l’esperienza dei primi master in business ethics e soprattutto i tentativi di produzione di codici etici d’impresa intorno agli anni Novanta, sorti anche dalle nostre parti. Fu quello il periodo in cui cominciarono a costituirsi i comitati etici prima negli istituti di ricerca, poi in quelli di cura e di ricerca. In generale questo è lo sfondo in cui mi muovo per proporvi una serie di riflessioni un po’ bizzarre e poco istituzionali.

Una parte delle riflessioni che ho intenzione di proporvi riguarda i tentativi di risposta alla domanda “quando si dice etica cosa si ha in mente?” Tralasciamo i discorsi specifici sull’etica degli affari, o l’etica medica, professionale, religiosa. Lasciamo stare queste cose sofisticate e particolari e pensiamo solo all’etica. Quando si parla di “etica” che cosa si ha in mente?

Voi sapete che io tento di fare il filosofo, quindi gioco in casa, perché le grandi tradizioni filosofiche, non solo occidentali, forniscono elenchi sterminati di risposte. Io non darò un elenco di risposte, perché trovo molto più interessante mettere in moto il ragionamento, o la motivazione, da cui scaturisce l’idea di saper rispondere a questa domanda secondo la propria prospettiva, o secondo la prospettiva che si ritiene più valida.

Tentiamo questa strada: immaginiamo che in realtà possiamo intendere l’etica come un concetto che ha a che vedere con certi nostri modi di rispondere ad altri, e costituisce l’insieme di un certo tipo di “risposte” verso coloro i quali hanno una vita da vivere come noi. Naturalmente si può rispondere in molti modi al fatto che ci siano altre vite, uno di questi potrebbe essere servirsi delle vite di altri. Un pedofilo è uno che usa le vite degli altri, anche Pol Pot era uno che usava le vite degli altri. Sembra che questo modo di rispondere alle vite degli altri sia un modo di rispondere al fatto che gli altri hanno vite.

Il concetto resta comunque fuori da quello che intendiamo essere l’insieme delle risposte etiche al fatto che gli altri abbiano qualcosa di diverso da dire rispetto a noi. Rispondere nel modo giusto, è una cosa abbastanza semplice almeno nella sostanza, perché presuppone che vi siano più parti in gioco, almeno due persone, e che ci siano dei ruoli. Anche quando ci poniamo dei dilemmi che riguardano solo noi stessi in realtà ci sdoppiamo: ci guardiamo allo specchio e diciamo “ma cosa devo fare?”. Però quando ci chiediamo, di fronte a una scelta personale, se la soluzione migliore è A, B, X o Y, sappiamo, da un punto di vista molto astratto, che l’eventualità A riguarda nei risvolti solo la nostra vita, così come le altre eventualità. Non c’è nessuno che giudica nessun’altro, siamo noi che giudichiamo noi stessi. La prima cosa semplice da dire quindi, è che quando usiamo il termine etica, e questa è solo una proposta naturalmente, abbiamo in mente almeno un nome, cioè almeno una pluralità, e che la questione etica sorge se qualcuno si chiede come sia giusto rispondere nei confronti di qualcun’altro.

Naturalmente non tutte le nostre risposte al fatto che vi siano altri sono etiche perché non tutte hanno senso dal punto di vista etico. Non le classificheremo tutte secondo l’etica perché sarebbe bizzarro; una sorta di imperialismo etico davvero desolante.

La domanda a questo punto diventa “cosa consente di stabilire che alcune risposte rientrano nell’insieme delle risposte etiche e altre no?” Introduciamo l’idea della “cipolla”, cioè degli strati. È un’idea che ho presentato quattro o cinque anni fa e poi ho sviluppato in altre cose. Molti hanno in mente che l’etica sia un singolo insieme giusto di risposte da parte di qualcuno al fatto che vi siano altri. L’etica è concepita come un blocco unico, come un principio, o un insieme di regole che generano le varie risposte. Se fossimo nella grammatica generativa parleremmo di un insieme di regole che generano enunciati formali.

Io invece penso che l’etica, questo campo variegato di nostre risposte alle vite degli altri inclusa la nostra, sia fatto come una cipolla, cioè a più strati. Ci sono diversi modi etici di rispondere alla vita di altri, di rispondere al fatto che vi siano altri, e possiamo delinearne almeno tre per chiarire il tentativo di risposta alla prima domanda, cioè cosa si intende quando si dice etica e come questo rientri nell’ambito centrale per la vostra crescita personale e professionale. Immaginiamo che vi sia un primo strato che possiamo chiamare lo “strato del rispetto”, ovvero l’insieme di quelle risposte agli altri che si basano sul rispetto dovuto al fatto che altri hanno una vita da vivere come noi.
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Il testo completo della docenza di Salvatore Veca nel libro “Un’Etica per Manager“, Guerini Editore, 2010.

Teoria Utilitaristica dell’Etica (Carlo Pelanda)

Carlo Pelanda“L’etica è illusionismo, illusionismo metodologico.
Significa fondamentalmente vendere un’illusione come la purezza, le istituzioni come la giustizia, la mamma.
Riesco a capire l’etica solo se la inserisco in un modello di riduzione dei costi.”

Tratto dalla docenza di Carlo Pelanda al Corso di Assoetica di venerdì 28 novembre 2003.
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Vedo l’etica all’interno di una teoria utilitaristica. Partiamo dal presupposto che esiste un problema di fiducia nel mercato. Ad esempio nel mercato americano, la costruzione di certezze è divenuta sempre più una priorità, così come nella gestione della fiducia ciò che qui è chiamato etica è diventato molto importante. Si tratta di una teoria utilitaristica dove l’etica è strumento di gestione simbolica. Il mercato è troppo raffinato per tollerare il disordine non gestibile attraverso un sistema centrale, per questo occorre attivare una procedura di autocontrollo dal basso. Chi viene come me dalla scuola realistica, teme chi vede l’etica in un’ottica vocazionale, cioè priva della tecnica di collegare il fine ad un mezzo. Qualche giovane potrebbe essere disturbato dal fatto di sentirsi dire che l’etica è uno “strumento”, ma è necessario essere chiari per spiegare in che modo può servire ed essere vantaggioso.

Ho preparato uno strumento tecnico che vi è utile in tutti i problemi di gestione, e può servire a costruire la costituzione europea come a gestire l’ordine in un’azienda. Quale modello può essere così potente? Partendo dalla teoria dei sistemi, che non ha la pretesa di gestire la complessità che è incomprimibile, esistono dei “metamodelli” o “metalinguaggi” in grado di semplificare molto la realtà. Alcuni sostengono che la realtà non è rappresentabile perché l’oggetto di osservazione sfugge al soggetto osservante. Questo problema ha dato origine al “pensiero debole”, che in base al principio per il quale tutto ciò che non è rappresentabile matematicamente è inutile, sostiene l’impossibilità di dominare la realtà e si esplica in diverse forme anche in termini di modellistica matematica. I più grandi di età, fra noi, sono figli di quella concezione per cui la complessità non è gestibile: quali sono le conseguenze? Il fatto che alcuni non vogliano correre rischi.

Io sostengo che se non è dominabile in un modello quadrato, il problema della complessità può essere incorporato in un’equazione. Inserisco nel modello il problema di gestione della vulnerabilità e dell’incertezza intrinseca che non posso risolvere. Non ho il problema dell’errore in sé ma ho il problema di correggerlo. Mi servo del principio di semplicità per non perdere troppo tempo e danaro. Per ottenere il dominio del sistema parto dal presupposto che ogni decisione è subottimale. All’inizio del secolo scorso è apparso chiaramente che il linguaggio di descrizione non può pretendere di operare sotto il riferimento di ottimalità, poiché ottimalità significa dominio completo della realtà.

Veniamo da un periodo compreso fra la fine del 1800 e il 1930, in cui è stata fortissima la convinzione di avere il controllo totale della cose, pensiamo per esempio alla meccanica e al progresso tecnologico. Purtroppo non abbiamo ancora ottenuto la prova che l’ottimalità non è possibile, e questo fatto, oltre allo sconcerto e all’angoscia, ha generato due atteggiamenti diversi:

  • Il pensiero debolista nel quale c’è una sorta di resa cognitiva: non potendo pretendere grossi risultati si procede con molta prudenza, con un modo di leggere la storia dal lato più pessimistico (di cui si fa portavoce l’ecologismo).
  • Il pensiero forte, al quale mi ricollego io: non potendo gestire la complessità, inserisco delle clausole di gestione dinamica di un sistema, approssimando in qualche modo l’ottimalità. È necessario lavorare soprattutto su sé stessi, senza cedere o essere deboli, poiché non è indispensabile conoscere tutto prima di agire.

Occorre assorbire anticipatamente il fatto di fare degli errori ( se fai una spedizione nello spazio e muore un membro dell’equipaggio su dieci, non importa, capita). Il punto sta nell’osservatore, nella psicologia indagante o decisionale di accettare l’ambiguità, l’errore, i morti. Io accetto il rischio e non provo alcun tipo di emozione se qualcosa va storto, è semplicemente un dato in più che non impedisce di andare avanti.

L’etica è un quadro di riferimento entro il quale ci si colloca al momento di definire e operare delle scelte. Ma qual è il principio che regola le decisioni? Per esempio, come si fa a individuare il perché dell’appartenenza alla destra metodologica o alla sinistra metodologica? Il fattore discriminante è la genetica, l’impianto biogenetico. Questa è una concezione non divulgabile in quanto non accettabile, ma costituisce pur sempre un tema importante nell’ambito dell’etica.
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Il testo completo della docenza di Carlo Pelanda nel libro “Un’Etica per Manager“, Guerini Editore 2010.

L’etica della Comunicazione: Maieutica o Retorica (Giancarlo Livraghi)

Giancarlo Livraghi

L’argomento di questa docenza non è facile ma spero che alcuni criteri fondamentali si possano riassumere in pochi e sintetici concetti.
Non mi sembra casuale, nel titolo che mi è stato indicato come tema da svolgere, il richiamo a Socrate (maieutica) e Aristotele (retorica).

Giancarlo Livraghi parla di “Etica della comunicazione: maieutica o retorica”, nella sua docenza al Corso Assoetica.
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“Maieutica”
Comunicare significa prima di tutto ascoltare e capire. E inoltre definire con chiarezza su che cosa si sta comunicando e con quale linguaggio.
La domanda che usava fare Socrate, ti estì, “che cos’è”, può migliorare molto la qualità della comunicazione – ma può anche indurre alla somministrazione della cicuta, perché la chiarezza e la trasparenza non sono sempre gradite.

“Retorica”
Ovviamente non è intesa nel senso in cui questa parola è abitualmente usata in italiano (enfasi formale, vacuità di contenuti).
Si tratta, al contrario, di teoria e metodologia sistematica dell’argomentazione – come la concepiva Aristotele e come ancora oggi si insegna in Francia.
Ma anche così intesa la retorica ha un valore limitato se non la si concepisce come un elemento di quel sistema più esteso e complesso che è la comunicazione.

“Etica”
L’etica non è di moda. Ogni considerazione morale è trascurata, dimenticata. Nei rari casi in cui se ne parla è considerata, con disprezzo, “moralismo” – o si traduce in un vuoto cerimoniale delle apparenze. Uno dei fenomeni di involuzione e decadenza della società in cui viviamo è la perdita dei valori etici.

Si pensa che il profitto (e in particolare il profitto di breve periodo) sia l’unica misura di valore. Se il profitto è a scapito del bene generale, e in violazione dei fondamentali princìpi di etica e correttezza, il “successo” così ottenuto è ammirato e riverito, diventa “santificante” e rende irrilevante ogni altra considerazione.

Mi sembra importante chiarire è che non c’è una contraddizione assoluta e inderogabile fra il successo di un’impresa (o di ogni organizzazione umana) e i valori etici. Perciò l’etica non deve necessariamente rifiutare come “perversa” in assoluto la logica del profitto. E, viceversa, è concretamente possibile ottenere buoni e durevoli profitti comportandosi in modo eticamente corretto – o anche umanamente “generoso”, cioè con un impegno morale, umano e civile superiore a gli “obblighi” di legge o di costume e a una definizione “minima” di eticità.

(Un altro aspetto del problema – che non rientra nel tema assegnato e che comunque non abbiamo il tempo di trattare oggi – è la differenza fra etica e diritto. Sappiamo che non sono la stessa cosa. Che comportamenti consentiti dalla legge possono essere eticamente inaccettabili – mentre comportamenti eticamente corretti possono non essere riconosciuti come tali dalle norme in vigore. Il problema è complesso – dobbiamo, qui e oggi, limitarci a ricordare che esiste).
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La docenza completa di Giancarlo Livraghi nel libro “Un’Etica per Manager“, Guerini Editore 2010

L’etica della Complessità (Giuseppe O. Longo)

Giuseppe Longo“La scommessa etica sta nello sfidare la complessità, anche se non dobbiamo sperare di vincere la sfida.
L’azione etica premia se stessa a prescindere dall’esito. Importante è la tensione verso il traguardo”.

Giuseppe Longo parla dell’Etica della complessità al corso Assoetica, docenza del 31 gennaio 2004.

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Come l’uomo costruisce gli strumenti, così gli strumenti, retroagendo sull’uomo, contribuiscono alla sua evoluzione e alla comparsa di caratteristiche e capacità latenti, a volte addirittura insospettabili. Insomma, si può affermare che l’evoluzione della tecnologia contribuisce potentemente all’evoluzione dell’uomo. Le “macchine della mente”, come i computer, modificano profondamente la nostra capacità di interagire con il mondo e addirittura la nostra visione del mondo. Basta pensare a come il computer ha modificato le pratiche scientifiche introducendo, accanto alle teorie e agli esperimenti, la simulazione. La fisica ne è uscita trasformata, è nata l’intelligenza artificiale, la matematica computazionale ne ha avuto una spinta poderosa…

Nell’uomo ci sono due modalità di conoscenza: da una parte gli affaccendati e inconsapevoli meccanismi del corpo, il lavorio delle cellule, dei neuroni, degli organi; dall’altra la conoscenza alta, razionale, di cui abbiamo esperienza consapevole e che in fasi recenti dell’evoluzione abbiamo cominciato ad esprimere prima attraverso la lingua, poi attraverso altri sistemi simbolici via via più univoci e precisi, fino a giungere alle formule rigorose della matematica. Questo percorso riflette bene il lungo tentativo della scienza occidentale di trasferire le conoscenze dalla modalità biologica incarnata nel corpo a quella razionale, disincarnata e (quasi) distaccata dal mondo. A questo tentativo di formalizzazione sono state sottoposte prima la fisica e poi via via altre discipline, che, forse soggiogate dai mirabili risultati ottenuti dalla fisica matematica, si sono sottoposte volentieri un’impostazione formale e astratta sempre più spinta, ma non sempre adeguata ai loro oggetti. Il formalismo è andato di pari passo con la convinzione che non esistano forme di conoscenza diverse da quella di tipo fisico-matematico: ogni fenomeno può (e quindi deve) essere ricondotto a una spiegazione di tipo fisico. Fino a tutto l’Ottocento quest’aspirazione riduzionista (oggi diremmo “scientista”) si era limitata a invadere la realtà inanimata, poi questo tentativo imperialistico si è esteso anche ai domini del vivente e del sociale, con conseguenze cospicue.

Il fatto che oggi molti ritrovati tecnici non abbiano una spiegazione teorica, di tipo scientifico, comporta una trasformazione dello statuto epistemologico della tecnologia, che si accompagna a un’altra profonda trasformazione: la tecnologia tende a produrre non più “macchine” isolate e ben individuabili, come in passato, bensì “complessi” artificiali privi di confini definiti, spesso dotati di una struttura articolata (di tipo quasi organico) ma non sistematica, che s’intersecano in modo frastagliato e quasi caotico con altri prodotti artificiali o naturali (vengono in mente le zone di confine degli insiemi frattali). Per esempio i prodotti della biotecnologia s’infiltrano in modo difficile da districare nei prodotti dell’evoluzione naturale. Il caso delle biotecnologie è interessante anche perché manifesta il carattere incompiuto che oggi ha assunto in molti casi la progettazione: si costruisce un “embrione tecnologico” e poi lo si lascia sviluppare in un ambiente favorevole, con il quale può interagire in modi imprevedibili e svilupparsi in direzioni talora sorprendenti.

Che vi sia un dilagare dell’irrazionale può essere vero, ma si tratta di un effetto, e non di una causa, dell’indebolimento del razionalismo. Le cause di questa debolezza sono ben altre. Comunque sia, contro queste tendenze regressive, i ricercatori decantano i meriti che la scienza ha avuto nel migliorare le condizioni di vita dell’umanità ed esaltano con toni a volte miracolistici le promesse, implicite ma imminenti, contenute nelle ricerche: l’onniscienza, l’onnipotenza, e una tendenziale immortalità (anche se a ben vedere queste promesse sono più della tecnologia che della scienza). Ma non si dimentichi ciò che, a proposito della religione, Nietzsche scrisse nell’Anticristo: quando un’idea ha bisogno di essere sostenuta essa è già morta, perché le idee vive e vitali se la cavano benissimo da sole e non hanno bisogno di avvocati o di imbonitori.

Insomma, la scienza è entrata in crisi. Dopo aver tentato di sostituirsi alla religione come portatrice di Verità, essa si è ridotta a difendere posizioni meno ambiziose. La verità scientifica (che, non dimentichiamolo, è sempre provvisoria) non esaurisce i bisogni dell’uomo, che sono molto più vasti e tendono all’assoluto. Quindi la scienza ha deluso le aspettative, ci ha lasciati orfani, anche e forse soprattutto perché non propone nessuna direttiva etica: non ci si può aspettare che lo scienziato rinunci a una ricerca per motivi che non siano interni alla ricerca stessa, come se la scienza fosse un’impresa avulsa dal contesto sociale e politico e da ogni vincolo etico. In molti, questa indifferenza provoca delusione se non irritazione. In più, è molto raro che gli scienziati abbiano qualcosa da dire in ordine ai problemi pratici, quelli che stanno davvero a cuore alla società e ai singoli. Eppure, spesso essi si atteggiano a depositari del sapere, anzi della Verità unica.

Ma la crisi della scienza ha anche motivazioni interne, che derivano dal suo stesso sviluppo. Sono almeno tre i domini scientifici che hanno contribuito al suo cambiamento:
- la meccanica quantistica
- la teoria dell’informazione
- la teoria della complessità

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La docenza completa di Giuseppe O. Longo in “Un’Etica per Manager“, Guerini Editore 2010

L’Etica della Ragione e della Ragionevolezza (Serge Latouche)

Serge Latouche

L’economia è o non è morale? A questa domanda la mia risposta sarà no.
Viene allora la seconda: può diventarlo? E su questo la mia risposta sarà Sì, ma solo a certe condizioni.
Fare i soldi con i soldi non solo è contrario alla fertilità delle specie, ma è anche un obiettivo contrario al bene comune. Noi esigiamo una libertà privata quasi illimitata, tuttavia l’ideale del bene comune e della giustizia resta quello definito da Aristotele.
L’etica si trasforma, l’utile diventa il criterio per eccellenza del buono, perché il misurabile è identificato con il benessere. Allora, come potrebbe l’economia divenire morale? La risposta sta in due parole: mettendo l’etica sull’etichetta.
Il mio invito all’aula di questo corso di Assoetica è che è tempo ormai di cominciare a decolonizzare il nostro immaginario.

Questa l’introduzione della lezione di Serge Latouche nel corso di Assoetica.
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Il filosofo Emanuel Levinas dice che l’oggetto principale della giustizia può essere solo l’uguaglianza economica, soprattutto in un’economia globalizzata, la quale non è altro che l’economicizzazione del mondo. Perché in un mondo dove tutto è economicizzato se la giustizia non è dentro l’economia, la giustizia non c’è più. Evidentemente c’è una grande differenza tra una redistribuzione equa delle ricchezze su scala mondiale e un’operazione di bombardamento a tappeto senza limiti nel tempo, come in Afghanistan.

Cosa significa fare giustizia in un’economia globalizzata? Chi si può dire vittima di un’ingiustizia? E come si potrebbe porre rimedio all’ingiustizia globale?

I sintomi dell’ingiustizia globale
La mondializzazione tecno-economica, vale a dire quella dei processi compresi di solito in questa espressione, l’emergere dominante delle imprese transnazionali, la sconfitta della politica e la minaccia di una tecnoscienza incorporata. La mondializzazione trascina con sé, quasi automaticamente una crisi morale. Cause e conseguenze della mondializzazione dei mercati, le multinazionali si presentano come i nuovi signori del mondo.

Si tratta di dirigenti impreparati al loro duro ruolo, appena coordinati da un sistema internazionale incapace, che non si trovano ancora di fronte né nella società civile mondiale, né significativi contro il potere. Il potere finanziario dà i mezzi per comprare e mette al proprio servizio gli stati, i partiti, le chiese, i sindacati, le Ong (Organizzazioni non governative), i mass media, gli eserciti, le mafie.

Da ciò sorge la necessità di “codici di buona condotta”, codici fondati su una morale universale minima da definire, si pongono al comportamento di questi giganti nei rapporti tra loro stessi e soprattutto verso gli altri. Ma come si sa la prima cosa che ha fatto Kofi Annan quando è stato eletto al segretariato delle Nazioni Unite ha deciso di chiudere la commissione dell’Onu che lavorava su questo problema. Ha detto che questa commissione non lavorava bene, ma almeno esisteva. Le ingiustizie più evidenti sono le ingiustizie sociali e ecologiche. La mondializzazione sotto l’apparenza di una constatazione neutra del fenomeno è anche uno slogan. Uno slogan che incita ed orienta ad agire in vista di una trasformazione considerata come auspicabile per tutti. Ma il termine, che non è affatto innocente, lascia anzi intendere che ci si trova di fronte ad un processo anonimo e universale benefico per l’umanità E non invece che si è trascinati in un’impresa auspicata da alcune persone per i loro interessi, impresa che presenta rischi enormi e pericoli considerevoli per tutti, particolarmente per i popoli del sud del mondo.

Più che di mondializzazione dei mercati per questa impresa si tratta di “mercatizzazione” o mercificazione del mondo. Ed è proprio questo che è nuovo e pericoloso. Come il capitale, al quale è intimamente legata la mondializzazione, è un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento su scala planetaria. Un buon conoscitore, nel giornale Affluenza, si chiede: “Ma che cos’è la globalizzazione? La globalizzazione non è che il nuovo nome della politica egemonica degli Stati uniti.”

Le disuguaglianze crescenti tanto tra il nord e il sud, quanto all’interno di ciascun paese, sono sintomi dell’ingiustizia globale. La polarizzazione della ricchezza tra le regioni e tra gli individui raggiunge livelli insoliti secondo gli ultimi rapporti del programma della nazioni unite per lo sviluppo. Se la ricchezza del pianeta si è moltiplicata di 6 volte dopo il 1950, il reddito medio degli abitanti di 100 dei 174 paesi censiti è in piena regressione, è anche una cosa nuova l’aspettativa di vita, che è salita, è oggi alta in molti paesi.
Le tre persone più ricche del mondo hanno una fortuna superiore al prodotto interno lordo totale dei 48 paesi più poveri. Il patrimonio dei 15 più fortunati supera il prodotto interno lordo di tutta l’Africa subsahariana con i suoi 6/700.000.000 di abitanti.

Infine i beni delle 84 persone più ricche superano il prodotto interno lordo della Cina con il suo miliardo e trecentomila abitanti. Lo scarto tra nord e sud come ha stabilito lo svizzero Paul de Roc, ha più o meno dimostrato che fino al settecento non c’era differenza importante tra i paesi del nord e del sud, il tenore di vita era più o meno uguale, ma già alla fine del settecento la differenza era più o meno 1 a 2. All’inizio del novecento 1 a 3. Poi negli anni 50 1 a 30, negli anni 70 1 a 60 e oggi 1 a 80.

Le disuguaglianze non sono meno forti o meno problematiche su scala nazionale anche nel nord o dentro le imprese. Un giornalista francese del giornale “Le Monde” scriveva: “il lavoro di un uomo padrone o quadro di valida competenza vale 13000 volte di più che il lavoro di un altro uomo.”

Il denaro rende folli. Ed ecco che il capitalismo di imprese divenuto completamente folle costruisce nella dismisura, nell’indecenza, nel cinismo la fortezza dei benestanti. Scavando all’interno delle imprese una società a due velocità. Due universi: gli azionisti, coloro che hanno delle stock option, e gli altri. Gli speculatori e i salariati di base. Così ci vorrebbero 554 anni di lavoro perché chi riceve un salario minimo raggiunga il reddito medio del 2001 dei padroni francesi le cui società sono quotate in borsa.

Più modesto Phil Knight, padrone della Nike si accontenta di 20.000.000 di dollari, cioè più di quanto guadagnano in una vita i 30000 operai indonesiani che lavorano per la sua ditta.

Dovrebbe essere considerato indecente in qualsivoglia istanza umana sbandierare pretese simili. E tutto questo è molto recente. Fino agli anni 60 lo scarto era molto più limitato.

Non sono meno gravi le ingiustizie ecologiche.

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La docenza completa di Serge Latouche nel libro ”Un’Etica per Manager“, Guerini Editore 2010

Strategia ed etica, tra l’Europa e la Cina (François Jullien)

François JullienIl concetto di etica che voglio esprimere nel Corso di Assoetica è la predisposizione del saggio
all’apertura verso l’altro per non negarsi nessuna possibilità.

Introduzione di François Jullien al corso di Assoetica, “Strategia ed etica degli affari” di venerdì 27 febbraio 2004.

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In Europa l’efficacia è vista sempre attraverso il rapporto mezzi/fini. In Cina, invece, non esiste la nozione di fine o scopo, il rapporto è tra condizione e conseguenza. L’idea dello stratega cinese è che se i nemici non sono affamati si deve fare in modo di affamarli, se non sono stanchi, di stancarli etc.

C’è l’idea del “portante”, dell’elemento, della condizione da cui scaturisce l’iniziativa. In Europa tutto parte dall’individuo, dal soggetto; in Cina l’individuo esiste nel modo. In Europa, anche se si usa nel linguaggio il “farsi portare dalle onde”, nella realtà non c’è il suo corrispettivo.

In Cina ci si basa sull’individuazione dei fatti con un potenziale favorevole per poi farli maturare e usarli a proprio vantaggio. Le condizioni di successo già esistono, possono essere solo portate alla luce. Zhuang Zhou (IV sec. a.c.) dice che il grande generale non esiste, semmai ci sono cattivi generali .

Il generale di successo, infatti, non fa altro che lasciar scorrere gli eventi, fa in modo che il combattimento avvenga quando tutte le circostanze sono favorevoli. Se von Clausewitz vede l’efficacia in relazione alle difficoltà, in Cina, invece, l’efficacia non si può vedere senza aver fatto prima maturare le condizioni.

In azienda, avrete assistito di sicuro al sorgere delle condizioni determinanti per il successo senza nemmeno rendervene conto; il successo in quel caso viene considerato “normale”. In Cina, mi impegno nel combattimento solo quando sono sicuramente portato alla vittoria poiché il potenziale è dalla mia parte.

Ci sono due caratteri dell’efficacia in Cina. Uno è quello indiretto: per esempio, l’agricoltore deve forzare la crescita della pianta o aspettare ai bordi del campo? Né l’una né l’altra cosa: egli deve zappare per favorire la crescita della pianta. L’altro, per Lao-Tse, è favorire ciò che è già favorevole.

La Cina non ha conosciuto infatti grandi epopee, come invece il Giappone o l’India, per questo suo elemento di “discretezza”. Lao-Tse dice “bisogna osare non agire”, non astenendosi dal fare, bensì lasciando che alcune cose non vengano fatte.

In Europa il rapporto mezzi-fini-pratica porta sempre all’azione per realizzare il piano, attraverso la volontà. Come dice von Clausewitz a proposito della guerra o Cartesio quando dice che una volta decisa una direzione bisogna agire per seguire su di essa. Vi è un “accanimento della volontà”. In Cina invece il saggio segue l’idea del “non agire” scegliendo il trasformare. Da una parte abbiamo l’azione, con i suoi soggetti necessariamente locali e momentanei (i Greci dicevano “noi greci”), dall’altra la trasformazione che prende in esame la globalità ed è atemporale, considera l’evoluzione delle cose, non fa vedere le azioni e gli accadimenti ma solo gli effetti, poiché ha questo senso di “discretezza”.
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La docenza completa di François Jullien nel libro “Un’Etica per Manager“, Guerini Editore 2010

Modelli di etica nella società pluralista (Carlo Casalone s.j.)

Carlo Casalone

“L’etica è il soggetto che realizza e sperimenta il passaggio dalla libertà alla responsabilità, momento originario della coscienza”.
Docenza al Corso Assoetica del 28 febbraio 2004*

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Quello che cercheremo di fare durante questo primo incontro nel corso di Assoetica sarà prendere in esame il significato della parola “etica” e il modo in cui può essere declinato nella pratica.

Vorrei formulare il tema in questo modo: “Etiche in dialogo”, nel senso che esistono diversi tipi di etica, e che il tentativo stesso di istituire un dialogo fra essi è una “sfida etica”.

Cercherò di costruire una specie di cartina geografica, una mappa in cui descrivere i modelli prevalenti nella nostra società pluralista, ovvero:
- il modello contrattualista o neocontrattualista;
- il modello utilitarista;
- il modello personalista-relazionale, che è quello in cui, come si capirà, mi ritrovo di più.

L’etica mette in opera una ricerca, un lavoro di “discernimento”, che si sviluppa e si svolge in luoghi ben precisi. E’ in questa molteplicità di prospettive che intendo impostare il nostro dialogo.

Per descrivere i modelli di etica in relazione al contesto filosofico fondamentale in cui affondano le radici, parto da una categorizzazione che si rifà a due grandi matrici filosofiche: la “matrice analitica” e la “matrice continentale”. C’è una certa forzatura nel separare la filosofia analitica dalla filosofia continentale, ma è utile per fare chiarezza e cercare di attribuire all’etica un significato quanto più possibile condiviso. Se vi chiedo infatti cos’è l’etica, riceverò tante risposte diverse, per qualcuno emergerà il senso della norma, per qualcuno il dovere, per altri ancora potrà essere la colpa in relazione alla trasgressione della norma o ancora la coscienza, e così via.

La prima prospettiva, quella analitica, può essere ricondotta al mondo anglofono, matrice del mondo anglosassone. Già la varietà di linguaggio che caratterizza questo corso, dice qualcosa sul mondo linguistico e culturale in cui ci si muove.
La filosofia analitica non pretende di costruire grandi sistemi filosofici. È un’impresa di chiarificazione concettuale in termini di nessi logici del discorso, in modo che quest’ultimo abbia coerenza e consequenzialità. Insomma, il presupposto fondamentale è “cerchiamo di avere delle definizioni chiare”. Il tipo di razionalità che viene attivata, è sintattica e pragmatica, attenta ai collegamenti logici nello sviluppo del linguaggio e del discorso col quale si intende comunicare.

L’obiettivo è quello di risolvere i problemi piuttosto che filosofeggiare…

Il soggetto chiamato in causa dalla matrice filosofica analitica è fondamentalmente un “individualista”, voglio dire con una percezione individualista della soggettività. Un soggetto che in qualche modo si colloca al di fuori della realtà perché tende ad essere neutrale, valuta dall’esterno la situazione oggettiva del mondo, dello stato delle cose, e poi dall’esterno interagisce con la realtà. La differenza maggiore rispetto alla matrice filosofica continentale risiede proprio in questa soggettività.
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Il testo integrale della docenza su “Un’Etica per Manager“, Guerini Editore 2011

* l’Autore chiede la precisazione di non avere revisionato il testo

La Ricerca del Management Morale (Archie Carroll)

Archie Carroll“La mia preferenza va all’etica che stabilisce principi standard, che possano essere individuati e motivati e che funzionino da “guida alla prassi” per le organizzazioni.”

Inizio della docenza di Archie Carroll al corso Assoetica di venerdì 28 maggio 2004

La ricerca del management morale nel corso di Assoetica

Non so come sia in Italia, ma nel mio Paese si fa dell’ironia sull’etica degli affari. Un’affermazione diffusa è che “l’etica degli affari è un ossimoro.” Una volta ero parte di una giuria popolare e un avvocato mi chiese del mio lavoro; quando gli dissi cosa insegnavo, commentò: “Deve essere un corso molto breve!”

Il mio obiettivo è di aiutarvi a sviluppare un approccio etico alla realtà, mantenendo allo stesso tempo il punto di vista di un uomo d’affari. Conto sul fatto che possiate aiutarvi l’un l’altro e infine spero che vi entusiasmiate alla materia. Per fare ciò, copriremo insieme quattro argomenti:
- l’ambiente mutevole degli stakeholders;
- i concetti chiave nell’etica degli affari;
- i decisori;
- il management dell’etica degli affari e il miglioramento della condotta d’impresa.

Nel mondo degli affari l’etica non è una materia molto considerata, però nella storia dell’imprenditoria, ci si è spostati via via dal punto di vista della proprietà a quello dirigenziale a quello degli stakeholders. Oggi, la visione dell’impresa come centro di vasti interessi è largamente condivisa: gli uomini d’affari amano usare la parola stakeholders, ma senza credervi veramente. Come siamo arrivati a prendere in considerazione responsabilità sociale ed etica degli affari? In parte, questo è il risultato di un movimento culturale generale e dei cambiamenti sociali che hanno accresciuto le aspettative della società.

La crescita delle aspettative ha condotto alla “mentalità dei diritti” (entitlement), ossia che l’individuo è titolare di diritti in ragione della sua stessa esistenza. Per esempio, i miei studenti dicono che i loro genitori “devono loro” l’iscrizione all’università per il semplice fatto di averli messi al mondo. Questa mentalità sta creando diversi problemi negli Stati Uniti, specialmente alle imprese che devono rispondere a richieste crescenti di persone e gruppi che credono di avere diritto a prestazioni sempre maggiori. Questo si unisce alla diffusione del vittimismo, per cui qualsiasi cosa accada a un individuo è sempre colpa di qualcun altro.

Se questo è il quadro, come definireste i punti critici per le imprese di oggi? Suggerisco che la risposta stia “nell’uso e nell’abuso del potere”.

La docenza completa di Archie Carroll nel libro “Un’Etica per Manager” Guerini Editore 2010

L’Etica degli Affari nella Modernità Liquida (Zygmunt Bauman)

Zygmunt Bauman“Cari amici, in occasione di questo corso di Assoetica voglio dirvi che l’etica ha bisogno del sentimento di appartenenza comune, di solidarietà, di una responsabilità mutua che ci faccia prendere consapevolezza di questa responsabilità.”

Esordio della docenza di Zygmunt Bauman al Corso di Assoetica “L’etica degli affari nella modernità liquida” del 27 marzo 2004 a Milano.

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La modernità nasce sotto il segno della managerialità: le cose devono cambiare e un nuovo ordine, diverso dall’esistente, deve essere edificato (diverso, non migliore, sebbene ogni manager possa essere convinto di lavorare per quello migliore).

È così che due giovanotti di 22 e 27 anni, dalla loro casa sul Reno, scrissero il “Manifesto del partito comunista”, osservando le magnifiche forze della borghesia all’opera per “sciogliere” tutto quanto era solido, per rimpiazzarlo con qualcos’altro. Quello che quei due giovanotti non dissero, e non potevano dire perché avrebbero dovuto aspettare altri 130 anni, è che quello “scioglimento” era diverso da quello che è in corso ai giorni nostri. Lo scioglimento della modernità solida non era infinito: aveva un principio e una fine, era un processo necessario alla creazione di un altro ordine.

Gli imprenditori, i manager di allora scioglievano i solidi non tanto perché a loro non piacessero, quanto perché non erano abbastanza solidi e quindi andavano rimpiazzati con altri che potessero durare per sempre e fossero perfetti. La perfezione era dunque uno stato nel quale qualsiasi cambiamento sarebbe stato un peggioramento. Nessun miglioramento sarebbe stato più possibile: la modernità solida era tutta concentrata nella costruzione dell’ordine perfetto. Il mondo era visto come un ammasso di problemi da risolvere: se c’erano mille problemi, ogni problema risolto significava un problema in meno da risolvere. La modernità è dunque “solida” se agisce per creare altri solidi che non si possano sciogliere. Nella scienza e in ogni altro campo d’indagine è possibile scoprire ogni segreto dell’universo affinché l’ordine costituito sia perfetto e indistruttibile. Funzionale a questa visione era un’idea di etica basata su diritti e doveri duraturi, se non eterni, almeno lunghi quanto il proprio tempo di vita, che permettessero a ciascuno di elaborare un progetto di vita. Una volta che si fosse avuto un tale progetto, ogni passo per realizzarlo diveniva chiaro. A un ventenne di oggi tutto ciò pare comico e impossibile, gli sembrerebbe tanto avere un progetto per il prossimo anno. Un tempo un lavoratore della Ford, la fabbrica paradigmatica del periodo “solido”, poteva considerarsi tale a vita. Oggi, un giovane sogna di andare a lavorare nella Silicon Valley, oppure per Bill Gates, dove guadagnerà una fortuna ma non sarà in grado di prevedere i possibili sviluppi del suo lavoro, del suo ruolo come lavoratore, negli anni successivi.

Cos’è cambiato? Nella modernità solida era innanzitutto il capitale a essere solido. Non solo le fabbriche non potevano essere trasportate ma gli stessi capitalisti dipendevano per la loro fortuna dai lavoratori. Lavoratori e capitalisti erano legati indissolubilmente fra loro e al territorio. Era come nella formula matrimoniale “finché morte non ci separi.”

Perché la vita fosse sopportabile, bisognava trovare un modus vivendi valido per ogni componente dell’unione. Per questo motivo, la modernità solida fu un tempo di conflittualità incredibilmente bassa; si cercava piuttosto la continua stipula di accordi.

Un importante sociologo ha scritto che la vita di fabbrica tendeva a decomporre le capacità individuali ma, allo stesso tempo, rafforzava le capacità sociali. Tutte le invenzioni del tempo erano soggette alla stessa logica.

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La docenza completa di Zygmunt Bauman si trova su “Un’etica per manager” Guerini Editore 2010