QUALCHE PAROLA di Francesco Varanini
ETICA, COMUNICAZIONE, CONOSCENZA, KNOWLEDGE, KNOW-HOW,BROADCASTING, NARROWCASTING, PODCASTING[1]
Etica
Popolo, nazione, idioma. Carattere, costume, consuetudine, morale. Un fascio di concetti legati da una profonda, originaria connessione.
C’è alla base una idea di unicità. Ogni popolo, ogni cultura considera sé stessi non genericamente ‘gente’ ma ‘la gente’, l’unica.. Ma prima del gruppo, viene la persona. Il ‘noi’ è già il frutto di un incontro.
Innanzitutto c’è il sé. Il soggetto, l’individuo, diverso da ogni altro, e se vogliamo anche ‘identico’, ‘completamente uguale’, ma solo a stesso. L’essere irripetibile, con il suo punto di vista, relativo, ma inimitabile.
In origine sta la radice indoeuropea s(w)e-, ‘se stesso’. Da qui il sanscrito svah, l’avestano hva-, l’antico persiano huva. E poi il latino se e suus: sé e suo in italiano, soi e sien in francese, sí e suyo in spagnolo, Sich e Sein in tedesco.
In greco hos è ‘egli’, ‘ciò’; hekastos,sta per ‘ciascuno’. Ethnos ci porta verso l’identità collettiva. Mentre êthosci parla di individualità, di ‘ciò che è proprio di una persona’, ‘costume’, ‘modo di vita’. In latino discende dalla stessa radice indoeuropea il verbo suescere abituare, essere abituato (da cui assuefatto). Ma abbiamo anche, nello stesso, senso del greco êthos, mos (da cui il francese moeur). Di qui riparte Cicerone: per tradurre il greco ethikós, ‘relativo al costume’, conia il termine morale.
‘Etica’ e ‘morale’ sono perciò termini strettamente connessi. E al di là di cavillose e sottili distinzioni concepite dai filosofi, indicano una cosa semplice e precisa:il sistemadi concetti, giudizi, norme, valori a cui fa riferimento, nella sua condotta, ogni singolo uomo.
Le antiche culture religiose dalle quali discende il mondo moderno –zoroastrismo, ebraismo, islamismo, cristianesimo– condividono questa idea del sé, fonte di identità e di conoscenza distintiva. Il sé è l’essere che tende alla propria piena manifestazione, al superamento del limite, anche del confine tra vita e morte. È l’umano che tende al divino. In antico persiano khva-data sta per Signore, nel senso di ‘creato da se stesso’.
Ecco così messo in luce l’aspetto ricorsivo ed autoconsistente dell’etica. Ogni persona ha una sua etica, ogni etica basta a se stessa. L’etica, in fondo, è ‘ineffabile’, ‘non esprimibile in parole’: l’etica esiste se la si pratica. Se se ne parla, è perché non riusciamo a praticarla.
Non conosciamo abbastanza noi stessi. Ed è così difficile passare dal ‘sé’ al ‘noi’.
Comunicazione
La radice indoeuropea mei- corrisponde una idea di ‘passaggio’, ‘scambio’, ‘alternanza’. Potremmo anche dire di equilibrio complessivo e di continuo divenire. C’è l’idea di cambiamento (latino mutare). l’idea di munificenza (munificientia, ‘fare doni’), l’idea di carenza (l’inglese to miss).
Munia sono in latino le funzioni ufficiali, le cariche pubbliche – diremmo oggi: i ruoli, le posizioni organizzative. Munis, ‘rivestito di autorità’ è dunque colui che adempie al suo ufficio, ‘che ottempera al proprio dovere’, chi ‘offre servizio’. Immunis è invece chi è esente da incarichi. E’ communis chi compie con (cum) altri un incarico (munus), chi insieme ad altri subisce una autorità.Communis è ciò che non è ‘personale’, ‘proprio’. Ciò che inizialmente è ‘condiviso da altri’ finisce per essere ‘condiviso da tutti’: e perciò ‘comune’ anche nel senso di ‘volgare’ e ‘mediocre’.
Ma al contempo la parola assume un vasto e profondo significato positivo: commun in francese nel IX secolo, comune e common, in italiano e in inglese dal 1200, gemein in tedesco, è ciò ‘che appartiene a più persone’– di qui la comunità politica tipicadel medioevo.
Da communis, ancora in latino, communicare: ‘mettere in comune’, ‘fare partecipe’. (E si torna così –si noti– all’originario significato di ‘scambio’). Fondamentale a questo punto è il passaggio al latino ecclesiastico: Sant’Agostino parla di altari communicare, ‘avvicinarsi all’altare per ricevere l’ostia sacra’.
In questo senso –’dare o ricevere il sacramento della comunione’– già nel secolo X si afferma in francese communier. Il verbo, che diventa communiquer nel 1300, mantiene il significato liturgico, ma vede riaffiorare anche il senso laico: ‘farsi partecipe’. Di qui, sempre nel 1300, communication, ‘partecipazione di una (qualsiasi) notizia’.
Communication ecomunicazione si affermano così in inglese ed in italiano (dove già sul finire del 1200 Dante usava il verbo comunicare nel senso di ‘rendere comune’, ma anche di ‘trasmettere’).
Eccoci infine al moderno significato di ‘exchanging of information’, dove la comunicazione riguarda sì gli uomini, ma anche le macchine. Perché comunicano tra di loro, si spera, i membri di una organizzazione; ma anche reti di computer. Si parla perciò, in inglese, di Communication Technology.
E’ bello però ricordare che accanto a to communicate sopravvive to commune: to commune whit nature, conversazione intima, colloquio con se stessi.
Conoscenza, Knowledge, Know-how
La radice indoeuropea gn-/gen-/gne-/gno- parla di ‘accorgersi’, ‘apprendere con l’intelletto’, ‘sapere qualche cosa’, e quindi: ‘conoscere’.
Da qui il sanscrito janati, ‘conosce’. In greco gignoskein, ‘conoscere’, gnosis, ‘conoscenza’. In latino co-gno-sco (co-,‘con’, -sco ‘cominciare a’); gnarus, ‘che conosce’, ‘esperto’; notio, notitia, ‘conoscenza’. Nell’antico alto-tedesco dalla radice discendono solo verbi composti – -cnaen, -cnahen – ma è per questa via che arriva al tedesco moderno können, ‘sapere’, ‘potere’; e kennen, ‘conoscere’. Nell’antico inglese abbiamo invece gecnawan, poi cnawan, da cui know, ma anche l’ausiliario can, ‘sapere’, ‘potere’.
A knowledge, ‘act, state or fact of knowing’, si arriva (nel 1200) aggiungendo a cnawan -leacan, che ci parla dell’idea di ‘procedimento’, ‘messa in pratica’. C’è quindi un richiamo dell’aspetto dinamico, costruttivo: la conoscenza, infatti, non esiste a priori; può essere solo colta nel suo farsi, nel suo divenire.
E c’è anche a ben guardare l’idea del ‘sapere distintivo’, destinato a restare ‘riservato’, ‘segreto’. Non a caso nel 1200 knowledge stava anche per ‘confessione’: il knowledge è conoscenza che si ammette di possedere, ma che non si ‘divulga’. (L’idea del ‘riconoscimento’ e dell’ammissione’, persa da knowledge dopo il 1200, si ritrova nel 1400 in acknowledge).
Attorno alla metà del 1800 si affermano contemporaneamente, dal greco, due parole nuove. La prima è calcata su episteme, ‘conoscenza’, a sua volta da epistasthai: epi- ‘sopra’, ‘vicino’,histasthai, ‘stare’,’conoscere come fare’. Nonostante l’idea del fare pratico stia più qui che in gnosis, l’epistemologia guarda alla filosofia e alla scienza. Tecnologia, invece, ci parla di come le scienze offrono sostegno alle arti e ai mestieri. La conoscenza non ha valore se prescinde dal ‘come fare’. Stando all’Oxford Dictionary se ne parla per la prima volta sul New Yorker del 14 luglio 1838: “To do the duties of the office to the best of my know-how, and have a stouter man than myself to help me”.
In ogni caso, non si tratta solo di conoscenza codificata, proceduralizzata, descritta da rigorosi modelli, conservata in data bases. Dalla stessa radice indoeuropea deriva (attraverso gnarus) anche (g)narrare. L’unico modo per portare alla luce la conoscenza tacita, per perpetuare un ‘sapere distintivo’, è spesso il racconto, la pura narrazione.
Broadcasting, Narrowcasting, Podcasting
Il primo concerto trasmesso per radio fu eseguito presso la stazione Marconi di Chelmsford (Inghilterra) il 15 giugno 1920: il canto della signora Nellie Melba fu ascoltato da navi in mari lontani, ed anche in America. Allora nessun italiano si sognava di parlare di broadcasting. Esisteva una espressione che pareva perfetta, radiodiffusione. Broadcasting si affermerà da noi solo negli anni ‘50, con l’avvento della televisione.
Dietro occhieggia inattesa una potente metafora, che ci riporta alle origini remote della cultura, ed al Vangelo. Il seminatore, con gesto lento sparge il seme. Potrà essere beccato e portato via da un uccello, potrà restare sterile, o potrà dare frutti. Nel caso delle ‘comunicazioni di massa’ il seme è veramente diffuso alla cieca: si tratta, appunto, di una ‘seminagione per spargimento’. Broad: ampia, vasta estensione. To cast: ‘gettare’, ‘lanciare’.
Il Broadcasting è dunque il più tipico dei mass media, che nasce al centro e si rivolge alla periferia.
Opposto il modello reso possibile da Internet. Non un’antenna centrale gestita in concessione governativa, ma il territorio coperto da una retedi connessioni a chiunque accessibili, sia in emissione, sia in ricezione. Così è possibile ‘scaricare’ (download)contenuti (testi, musica, immagini). Ma è anche possibile organizzare i contenuti in veri e propri programmi e palinsesti. Dimodoché ognuno può dar vita ad una emittente radiofonica (e in futuro, probabilmente, televisiva).
“They’re the new and growing infrastructure for a new class of ‘casting. It won’t replace old-fashioned broadcasting. And it’s not narrowcasting, which is conceived as broadcasting for fewer people. It’s podcasting. I’ll create an acronym for it: Personal Option Digital ‘casting.” Così scrive Bob Searls, “speaker and consultant on topics that arise where technology and business meet”, sul sito www.itgarage.com il 28 settembre 2004 alle 15 e 19.
Searls sa che il modo più comune di ascoltare questi ‘programmi’ passa attraverso uno strumento preciso, l’Ipod, e che per questo, con espressione gergale, si era cominciato a parlare di podcasting. Ma vuole affermare che la portata dell’innovazione va ben oltre quel prodotto commerciale. Perciò inventa l’acronimo.
Nella prima metà del 2005 la nuova parola è accolta nell’Oxford Dictionary
[1] Tratto da Francesco Varanini, Le parole del manager. 108 voci per capire l’impresa, Guerini e Associati, 2006.