Assoetica

Diversamente Udenti, Diversamente Vedenti

Da parecchio tempo faccio lunghi percorsi quotidiani sui mezzi pubblici e seguo con interesse l’attività dei passeggeri, è istruttiva. Ad esempio so quanti leggono e che cosa, quotidiani, free press, libri  o dispense, so la percentuale di scarpe da ginnastica rispetto a quelle di cuoio, quella degli extracomunitari rispetto agli autoctoni e quella di chi ha il telefonino in mano per giocare  ma la più impressionante è quella dei “connected”  totalmente isolati dal resto del mondo col loro earphone che impedisce qualsiasi contatto umano.

Diversamente udenti perchè presi esclusivamente dal suono che gli arriva dritto nei timpani e anche diversamente vedenti per via di quello sguardo vacuo che va oltre chiunque senza nemmeno provare ad intercettarlo.

Sono i nostri zombie sempre connessi e sempre assenti, che tornano in sè solo con lo squillo di chiamata in arrivo, possibilmente petulante  e invasivo.

Ragazzi vi prego dis-connettetevi, dateci  almeno un’oretta di voi stessi  ogni tanto e fate presto per favore.

Stay disconnected please.

Bruno Bonsignore

La Direzione Etica della “minoranza profetica”

Visione e Teoria del 6° Corso di Alta Formazione

informazioni e iscrizioni  segreteria@assoetica.it

VISIONE
Come va il mondo. Emergenze e catastrofi. Il clima che si vive nel nostro Paese. Come funzionano le aziende nelle quali lavoriamo. Rendite di posizione sviliscono l’impegno e il desiderio.
Ma c’è chi sceglie di non arrendersi, e anzi, a partire dall’indignazione, dal rispetto per se stesso e dall’interesse per gli altri, pensa che sia veramente arrivato il momento di fare qualcosa.
A queste persone, a questa minoranza profetica,  è indirizzato il nuovo percorso formativo proposto da Assoetica.

Direzione etica in un doppio senso.
Sguardo proteso in direzione etica
, a scorgere il possibile cammino verso un luogo dove i diversi interessi in gioco possano trovare un  terreno comune condivisibile. E direzione etica come affermazione di un modo di essere ceto dirigente, andando oltre i limiti dell’attuale ‘management’.
Lungo il percorso cercheremo illuminazione nella lezione di filosofi, poeti, scienziati. Allo stesso tempo lavoreremo insieme affinché ognuno possa dotarsi di una ‘cassetta di attrezzi’ utilizzabili nella pratica.
Guarderemo in luce critica gli strumenti e le metriche appartenenti al consueto bagaglio del manager: budget, contabilità, finanza e bilancio; politiche di gestione e sviluppo delle ‘risorse umane’; strategie di marketing; governo della comunicazione e delle informazioni.
Guarderemo con particolare attenzione agli strumenti nuovi: balanced scorecard, bilancio di sostenibilità. Mantenendo però desta l’attenzione di fronte agli aspetti ingannevoli e gattopardeschi  che troppo spesso caratterizzano oggi le politiche di Corporate Social Responsibility.

Convinti che la diversità sia fonte di esperienza e di crescita collettiva, come negli anni scorsi cerchiamo di costruire un gruppo per quanto possibile disomogeneo. Insieme donne e uomini; manager in carriera e giovani sulle soglie del mercato del lavoro; persone impegnate in grandi aziende con scopo di lucro e in associazioni fondate sul volontariato; persone di provenienze geografiche e culturali tra di loro lontane.

Nei suoi dieci anni di attività Assoetica ha guardato alla Business Ethics. Continuiamo a considerarla rilevante. Ma ci appare oggi come niente più di uno degli sguardi etici possibili e auspicabili. Collochiamo dunque la Business Ethics -intesa come etica che pone al centro il profitto come obiettivo e misura- accanto all’etica del lavoro, all’etica della solidarietà, all’etica della gratuità, all’etica della sostenibilità, all’etica dell’immaginario. E a tutti i diversi sguardi etici che lavorando insieme saremo capaci di far emergere.

Sul nostro sito, www.assoetica.it troverete informazioni via via aggiornate su questo progetto. Dieci lezioni tenute in edizioni precedenti raccolte da  Bruno Bonsignore e Francesco Varanini in Un’etica per manager, Guerini e Associati, 2010.

 

Inizio:  Febbraio 2012, termine Dicembre

Struttura:  80 ore d’Aula su 10 Moduli di 8 ore il terzo sabato di ogni mese
Location: Blend Tower (Stazione Centrale) Milano, piazza IV Novembre 7
Aula: numero chiuso di 18 iscritti più Tutor e 1 eventuale osservatore
Fee di iscrizione: € 2900 + IVA, Promo NATALE per iscrizioni entro il 31 Gennaio € 1.450 + IVA
Borse di Studio: 1 del 100%
Iscrizioni: segreteria@assoetica.it
Verrà rilasciato ad ogni partecipante l’attestato di Ethics Officer ®
Coordinamento: Bruno Bonsignore, Presidente di Assoetica
Responsabile del programma: Francesco Varanini, Direttore Scientifico di Assoetica

 

TEORIA

Fondamenti:
Antropologia; sociologia; ecologia; scienza della complessità; economia ecocentrata e antropocentrata;  geopolitica; comunicazione audio-video

Metafore:
filosofia come cultura manageriale; letteratura come scoperta e narrazione delle organizzazioni;  musica come sistema di armonia e di organizzazione; la Rete come stato nascente dell’era della condivisione; etica come leva di marketing

Panorama Tecnologico:
fondamenti di information & communication technology; e-Life, e-Business; virtualità e digitalizzazione; customer, partner e company relationship management; knowledge management; apprendimento e e-learning come modelli di business; l’era dell’accesso, ubiquità e connessione; dal controllo totale all’outsurcing: take-the-risk / cover-your-ass; dalla proprietà all’Uso

Arte del Governo:
storia della leadership; corporate governance; stakeholders, loro ruolo; il nuovo ruovo dei sindacati; sussidiarietà come modalità di risposta ai bisogni

Misure del Valore:
sintesi e lettura storica dei princìpi di valutazione basati sul bilancio, accounting, revisione;
oltre il valore misurato attraverso la moneta e le transazioni;
il nuovo scenario caratterizzato dalla crescente presenza di asset intangibili
nuove misure del valore

Meno ma Meglio
Predatori della Natura;
l’insostenibile modello dello Sviluppo Durevole/Sostenibile!
negoziabilità del modello di vita;
l’umanesimo della modestia;
l’Europa Unita della Solidarietà;
l’economia del dono

http://www.assoetica.it/alta-formazione/5%C2%B0-corso-di-business-ethics-management-per-ethics-officer/

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Dieci anni di AssoEtica

Eravamo ventisette seduti attorno all’immensa tavola rotonda della Bolla del Lingotto, una grande sfera di cristallo di 14 metri di diametro posata sul tetto dell’ex-fabbrica torinese di automobili. Isolati dal resto del mondo per discutere di etica negli affari, cioè di quanto sia difficile essere orientati al profitto e al tempo stesso dimostrare senso di responsabilità sociale.

Per non rifugiarsi nel comodo alibi fornito dai codici di comportamento che ormai ogni azienda si è dato, ho mirato alto, all’autorità ecclesiastica. Alla sapienza e alla milleniale pratica di speculazione mentale dei (more…)

Monti: perché dovremmo fidarci?

Apriamo una discussione su questo scritto di Francesco Varanini:

 

Gatekeeper

GATEKEEPER
di Francesco Varanini

A ben guardare, nel passaggio da media stampati a Broadcasting, le cose non cambiano tanto quanto sembrerebbe a prima vista.

La relazione è sempre unidirezionale, dal centro alla periferia, one to many. Ruoli e funzioni sono nettamente distinti: rigorosamente disgiunte e separate le figure di chi dice e di chi ascolta, così come le figure di chi scrive e di chi legge. La critica dei mass media non ha motivo di distinguere. Il vincolo formale che la tecnologia della stampa impone alla costruzione di conoscenza permane tale e quale quando a libri e giornali si sostituiscono radio e televisione.

Walter Lippmann, giornalista stimatissimo per equilibrio e indipendenza di opinione, dal 1921 scriveva sul quotidiano radicale New York World. Quando nel 1931 passa al conservatore Herald Tribune, il direttore lo presenta tranquillizzando i lettori: Lippmann continuerà a scrivere su ciò che gli pare e come gli pare.

Lippmann resta maestro del ‘costruire conoscenza’, per la sua attitudine a non conformarsi alle opinioni già espresse. Nemmeno ai giudizi da lui stesso già formulati, perché ogni giudizio è legato a uno speciale momento della vita personale, e a un diverso stato del mondo.

Ma Lippmann resta per noi importante più che come buon giornalista, come critico del meccanismo che sta alla base del giornalismo, così come del Broadcasting. Nel 1922 dà alle stampe Public Opinion, libro anticipatore, ancora oggi di grande attualità. [1] “Nel momento in cui raggiunge il lettore, il giornale è il risultato di un’intera serie di scelte”, afferma.

La pura informazione, fatti separati dalle opinioni, è un mito o un sogno, o una ipocrita illusione. Il giornalista, filtra le notizie in base a personali criteri.

Ricordando Lippmann, o forse no, l’idea di Lippmann è ripresa venticinque anni dopo da Kurt Lewin, nel più vasto quadro dei comportamenti sociali. Ebreo socialista, emigrato negli States nel 1933, psicologo di solida formazione filosofica, Lewin è allievo di Karl Stumpf, a sua volta allievo di Franz Brentano.

Brentano aveva innovato la filosofia tedesca parlando di intenzionalità, mente, psicologia, ontologia, empirismo, esperienza immediata. Aprendo così la strada alla fenomenologia di Husserl e Heidegger, così come alla ricerca psico-sociologica di Lewin. L’idea di conoscenza che Maturana ci propone era già, in buona misura, di Brentano – che già nel 1874 sosteneva l’impossibilità di indagare oggettivamente la realtà psicologica al di fuori della relazione che questa intrattiene con il soggetto che vive l’esperienza. [2]

Lewin, nella sua ultima ricerca, i cui risultati saranno pubblicati dopo la sua morte, sopraggiuntanel 1947, studia le dinamiche di interazione nei gruppi sociali. I comportamenti relativi ad un campo d’azione scorrono lungo canali. In dati luoghi dei canali si trovano zone filtro, lì operano ‘guardiani’. Lewin, che ormai scriveva direttamente in inglese, usa l’espressione gatekeepers.

Gatekeeping: ‘custodia del cancello, soglia sulla quale si concentra l’attenzione della moderna ricerca sociologica e psicologica.

La donna di casa è gatekeeper, perché decide cosa comparirà sulla tavola, e in ultima analisi cosa mangeranno marito e figli. Ogni processo sociale è segnato da luoghi nei quali agiscono gatekeeper. Il controllo sociale, più che da vincoli esterni posti da legislatori o autorità, dipende dal lavoro di gatekeeper che agiscono all’interno del processo. Perché è il gatekeeper a manovrare le leve tecnologiche che garantiscono, nei fatti, il controllo. [3]

A conferma di ciò che aveva intuito Lippmann, e Lewin aveva generalizzato e modellizzato, sta -nel 1950- la ricerca empirica di White sul ruolo del giornalista. In un piccolo centro degli Stati Uniti, solo il dieci per cento delle notizie pervenute sul avolo del giornalista vengono pubblicate. Il giornalista-gatekeeper può essere più o meno consapevole dei criteri di scelta: mancanza di spazio, scarso interesse, lontananza geografica o culturale. Il giornalista si illude magari di operare in base all’etica o ad una rigorosa cultura professionale. Di fatto, sta intervenendo nel processo di circolazione delle conoscenze, imponendo al flusso regole che si traducono in selezione e controllo. [4]

Lippmann scriveva Public Opinion negli anni in cui il neonato Boadcasting elettronico già prendeva il sopravvento sulla stampa. Lewin e White compiono le loro ricerche quando ormai radio e televisione si sono dimostrate veicolo ideale per le comunicazioni di massa. E la carta stampata, cara a Lippmann, appare sempre più chiaramente come un’eredità di quella stagione dell’Ottocento celebrata da Balzac.

Ma tra l’antica tecnologia della stampa e le nuove tecnologie elettroniche non c’è, dal punto di vista del gatekeeping, soluzione di continuità. Sia con la stampa, sia con il Broadcasting, il processo di produzione e diffusione di conoscenza passa necessariamente attraverso luoghi – la casa editrice, l’emittente televisiva – che rendono possibile il lavoro di chi intende imporsi come mediatore necessario. Dietro la nobile figura dell’editore si nasconde sempre la figura del censore.

Molto meno di quello che parrebbe a prima vista è cambiato dal 1600. Cervantes, mentre scrive il Quijote, e Galileo, mentre scrive il Dialogo dei massimi sistemi, sanno benissimo che i testi subiranno l’acuto vaglio del Sant’Uffizio. Così, perché il testo sforbiciato e corretto non resti squilibrato, preferiscono autocensurarsi, sovrapponendo già durante la scrittura al proprio pensiero, alla propria concezione del testo che sta emergendo dalla mente, la concezione che di quel testo immaginano abbiano i censori.

Non dissimile la situazione di un autore televisivo oggi, di fronte a ciò che accetterà o non accetterà l’inserzionista pubblicitario. Non dissimile il modo di agire del giornalista di Lippmann e di White: anche aldilà di personali inclinazioni, essi finiscono per essere applicatori delle regole che presiedono al giornale ‘ben fatto’. E così il redattore e l’editor che, in casa editrice, limano il testo emerso dalla mente dell’autore per renderlo conforme al gusto del mainstream: penso -un caso tra gli infiniti casi- alla commovente delusione di Raymond Carver che vede il suo testo già di per sé così vicino alla semplicità assoluta, al grado minimo della scrittura, manipolato e cancellato da Gordon Lish, nell’intento di renderlo conforme a una regola, ad una astratta rappresentazione di come deve essere inteso il minimalismo.

La presenza di luoghi nei quali -per necessità dettate dalla stessa tecnologia- verrà esercitato il controllo, spinge ognuno all’autocontrollo. E dove qualcuno non si autolimita, ed oltre l’autolimitazione, il flusso sarà comunque atteso al varco dal gatekeeper, a valle filtrerà solo ciò che risulta conforme alle procedure di normalizzazione di cui egli è esecutore.

“La conoscenza è la condotta considerata adeguata da un osservatore in un determinato dominio”, ci dice Maturana. Nessuno nega legittimità allo sguardo del gatekeeper. Né c’è motivo qui di addentrarsi in ragionamenti a proposito di autorevolezza e di autorità. Quel che c’è da dire è che stampa e Broadcasting, tecnologie limitanti, ci fanno sentire la mancanza di tecnologie in grado di garantire la compresenza di diverse condotte, diverse conoscenze, una per ogni persona.

Se stampa e ancor più Broadcasting indirizzano fatalmente verso il pensiero unico, nell’epoca in cui stampa e Broadcasting trionfano cresce il bisogno di tecnologie in grado di favorire un pensiero plurale e molteplice.

Gran parte del recente dibattito sulla crisi dei modelli di governo delle grandi imprese si è concentrato sui carenti comportamenti di Amministratori Delegati e Presidenti. Dovremmo però guardare con più attenzione al ruolo svolto dai loro consulenti. Veri e propri gatekeeper, filtrano informazioni e conoscenze, influendo grandemente sui processi decisionali.

Siamo prigionieri dei nostri guardiani.


[1] Walter Lippmann, Public Opinion, new York, Macmillan, p. 321. Trad. it. L’opinione pubblica, Edizioni di Comunità, 1963, e poi Donzelli, 1995
[2] Franz Brentano, Psychologie vom empirischen Standpunkte, Lipsia, 1874; trad. it. Psicologia da un punto di vista empirico, Laterza, 1997.
[3] Kurt Lewin, “Frontiers in Group Dynamics: II. Channels of Group Life; Social Planning and Action Research”, Human Relations, 1 (1947), pp- 143-153. Kurt Lewin, Field Theory in Social Science: Selected Theoretical Papers , ed. by Dorwin Cartwright, New York, Harper & Brothers. 1951.
[4] David Manning White, “The ‘Gate Keeper’: A Case Study in te Selection of News”, Journalism Quarterly, 27, 3 (1950),pp. 383-390.

Lumen vs. Lux: Gli Stakeholders, i Coni di Luce e l’Etica del Progetto

LUMEN VS. LUX: GLI STAKEHOLDERS, I CONI DI LUCE E L’ETICA DEL PROGETTO [1]

di Francesco Varanini

Quando il Project Manager osserva il progetto, e dispone le attività di ognuno in unità di tempo, sta distribuendo le attività così come gli pare meglio in un momento. In un altro momento avrebbe fatto il lavoro in modo diverso. Ma non solo: il suo modo di disporre le attività non è che il suo modo. Ciò che è detto è detto da un osservatore. Così come il Project Manager guarda il mondo, ugualmente lo guarda ogni persona a qualsiasi titolo interessata al progetto. Il Project Manager non è che uno degli attori, uno degli stakeholder.

Ciò che vale per il Project Manager, vale in senso lato per ogni manager: si lavora sempre in funzione di uno scopo.

Si tratta quindi di un concetto essenzialmente plurale: gli stakeholder sono molti, ognuno portatore di un proprio punto di vista sul mondo. Perciò dovremmo accettare di considerare stakeholder tutti isoggetti toccati dal progetto, ovvero tutti i soggetti che toccano il progetto: perché vi lavorano, o perché sono interessati al suo risultato. Coloro che possono influenzare positivamente o negativamente il progetto, stanno certo tra gli stakeholder, ma non sono gli unici stakeholder. Tutti gli stakeholder sono ugualmente importanti, non per un astratto criterio di uguaglianza, ma perché, quale che sia l’apporto di ognuno in termini di risorsee di facilitazione o di ostacolo, ognuno incide. Se mancasse uno stakeholder, in apparenza anche marginale, il progetto sarebbe diverso.

Tutti siamo riuniti, come i giocatori vicino a quel palo, in un unico luogo virtuale. Ma ognuno, essendo una persona diversa, avendo una storia ed un cultura e scopi diversi, vede quel luogo in modo differente. Ognuno guarda quel mondo con occhi diversi, e vede cose diverse.

Ognuno getta sul mondo il proprio cono di luce. Ne consegue che il progetto che c’è, il progetto che può essere visto e considerato come ‘interesse comune’, si trova nel luogo verso il quale si dirigono i diversi sguardi, è il luogo illuminato dai diversi coni luce di cui ognuno degli stakeholder è portatore. Il progetto realizzabile è la zona verso la quale convergono i coni di luce, lì c’è il futuro sul quale si ‘trovano d’accordo’ gli stakeholder.

La filosofia scolastica ci aiuta a dire meglio: la luce può essere intesa in due modi. Ovvero ci sono due modi per ‘fare esperienza’, per ‘costruire conoscenza’, più in generale: per progettare.

C’è la lux: potremmo dire che è la luce che emana da ciò che è già stato fatto e dai piani redatti. La lux è la ‘fotografia’, la ‘rappresentazione’, ‘immagine’. Si dice: ‘carta canta’: si è sottoscritto un contratto, si sono attribuiti compiti, si sono assunti impegni, e si sta tranquilli. Poi si descrive l’avanzamento del progetto in base a ciò che il progetto avrebbe dovuto essere, così la lux del progetto della Torre di Pisa ci illumina carte che parlano di una torre ben verticaleche non poteva esistere e che non sarebbe mai esistita. Per questo probabilmente queste tracce scritte sono state soppresse, o comunque dimenticate: troppo lontane dal progetto che si poteva vedere.

Diverso è il lumen -lumen oculorum, lumen intellectuale, lumen fidei-, è ‘luce interiore’, luce che emana dagli occhi -dalla mente e dal cuore- della persona, di ogni persona e posandosi sul mondo, lo illumina.

Accettare la complessità del progetto, significa accettare il lumen diverso di ognuno degli stakeholder, ovvero di ognuna delle persone co-interessate. Il progetto, cosa viva, è costruito dagli sguardi convergenti degli stakeholder. Il lumen di ognuno degli stakeholder attimo dopo attimo getta luce nel buio, e così, alla luce di quel lumen, del diverso lumen di ognuno degli stakeholder, attimo dopo attimo il progetto prende forma, rendendo vana ogni rappresentazione. Ogni stakeholder contribuisce: coglie l’istante in modo diverso – e cioè vede vicine, connesse tra di loro, cose diverse.

Il lumen che buca le tenebre costruisce il progetto anche in assenza di lux. Così, nel luogo di intersezione di coni di luce, sguardi convergenti, il progetto è una fantasia che prende corpo. Phantasía, dal verbo phánein, ‘mostrare’, ‘rendere palese, visibile’. (Da cui anche epifania: ‘festa dell’apparizione’). Il phántasma è l”immagine che appare’. Alla radice sta l’indoeuropeo bha-: ‘luce’, ‘illuminazione’.

Perciò possiamo intendere il progetto come sovrapposizione e coincidenza, o ragionevole convergenza di lumen, sguardi, coni di luce. Possiamo dire, con Emmanuel Lévinas, che il progetto è una “visione senza immagine”, una visione che esiste, sia o non sia riflessa nello specchio di qualche documento.

Lévinas, per la precisione, sta parlando non di progetto, ma di etica, e dice: “l’etica è un’ottica”. [2] E’ il nostro punto di vista sul mondo, radicato in valori, cultura, storia personale.

Innanzitutto c’è il . Ognuno -ogni stakeholder, ‘portatore di interessi’- è diverso da ogni altro, e se vogliamo, anche, è ‘identico’, ‘completamente uguale’, ma solo a stesso. E’ un essere irripetibile, con il suo punto di vista, relativo -il suo lumen non vede tutto-, ma inimitabile.

In origine sta la radice indoeuropea s(w)e-, ‘se stesso’. Da qui il latino se e suus: sé e suo in italiano, soi e sien in francese, sí e suyo in spagnolo, Sich e Sein in tedesco.

In greco hos è ‘egli’, ‘ciò’; hekastos,sta per ‘ciascuno’. Di qui, mentre ethnos ci porta verso l’identità collettiva, êthos ci parla di individualità, di ‘ciò che è proprio di una persona’, ‘costume’, ‘modo di vita’.

Ognuno ha la sua etica, l’etica un’ottica, il progetto è un’ottica.

Nessun attore -nessun stakeholder- può portare a buon fine da solo il progetto. Nessun attore -nessuno stakeholder- può essere escluso dalla scena . Ed essendo egli presente, meglio ricordarsene. Anche se lo ritengo ostile, egli osserverà comunque, dal suo punto di vista, il progetto. Il progetto esiste perché esistono questi diversi punti di vista. Il progetto è l’incontro di questi punti di vista.


[1] Tratto da “La complessa vita del progetto. Uno sguardo umanistico”, sta in Francesco Varanini e Waltger Ginevri (a cura di), Il ProjectManagement emergente. Il progetto come sistema complesso, Guerini e Associati, 2009.

[2] Emmanuel Lévinas, Totalité et Infini. Essai sur l’extériorité, Martinus Nijhoff, La Haye, 1961, Preface, XI; trad. it. Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book, 1977, vedi nella seconda edizione, 1995: p. 22 (e anche: 27, 66, 76).

Qualche Parola di Francesco Varanini

QUALCHE PAROLA di Francesco Varanini

ETICA, COMUNICAZIONE, CONOSCENZA, KNOWLEDGE, KNOW-HOW,BROADCASTING, NARROWCASTING, PODCASTING[1]

Etica

Popolo, nazione, idioma. Carattere, costume, consuetudine, morale. Un fascio di concetti legati da una profonda, originaria connessione.

C’è alla base una idea di unicità. Ogni popolo, ogni cultura considera sé stessi non genericamente ‘gente’ ma ‘la gente’, l’unica.. Ma prima del gruppo, viene la persona. Il ‘noi’ è già il frutto di un incontro.

Innanzitutto c’è il . Il soggetto, l’individuo, diverso da ogni altro, e se vogliamo anche ‘identico’, ‘completamente uguale’, ma solo a stesso. L’essere irripetibile, con il suo punto di vista, relativo, ma inimitabile.

In origine sta la radice indoeuropea s(w)e-, ‘se stesso’. Da qui il sanscrito svah, l’avestano hva-, l’antico persiano huva. E poi il latino se e suus: sé e suo in italiano, soi e sien in francese, sí e suyo in spagnolo, Sich e Sein in tedesco.

In greco hos è ‘egli’, ‘ciò’; hekastos,sta per ‘ciascuno’. Ethnos ci porta verso l’identità collettiva. Mentre êthosci parla di individualità, di ‘ciò che è proprio di una persona’, ‘costume’, ‘modo di vita’. In latino discende dalla stessa radice indoeuropea il verbo suescere abituare, essere abituato (da cui assuefatto). Ma abbiamo anche, nello stesso, senso del greco êthos, mos (da cui il francese moeur). Di qui riparte Cicerone: per tradurre il greco ethikós, ‘relativo al costume’, conia il termine morale.

‘Etica’ e ‘morale’ sono perciò termini strettamente connessi. E al di là di cavillose e sottili distinzioni concepite dai filosofi, indicano una cosa semplice e precisa:il sistemadi concetti, giudizi, norme, valori a cui fa riferimento, nella sua condotta, ogni singolo uomo.

Le antiche culture religiose dalle quali discende il mondo moderno –zoroastrismo, ebraismo, islamismo, cristianesimo– condividono questa idea del sé, fonte di identità e di conoscenza distintiva. Il sé è l’essere che tende alla propria piena manifestazione, al superamento del limite, anche del confine tra vita e morte. È l’umano che tende al divino. In antico persiano khva-data sta per Signore, nel senso di ‘creato da se stesso’.

Ecco così messo in luce l’aspetto ricorsivo ed autoconsistente dell’etica. Ogni persona ha una sua etica, ogni etica basta a se stessa. L’etica, in fondo, è ‘ineffabile’, ‘non esprimibile in parole’: l’etica esiste se la si pratica. Se se ne parla, è perché non riusciamo a praticarla.

Non conosciamo abbastanza noi stessi. Ed è così difficile passare dal ‘sé’ al ‘noi’.

Comunicazione

La radice indoeuropea mei- corrisponde una idea di ‘passaggio’, ‘scambio’, ‘alternanza’. Potremmo anche dire di equilibrio complessivo e di continuo divenire. C’è l’idea di cambiamento (latino mutare). l’idea di munificenza (munificientia, ‘fare doni’), l’idea di carenza (l’inglese to miss).

Munia sono in latino le funzioni ufficiali, le cariche pubbliche – diremmo oggi: i ruoli, le posizioni organizzative. Munis, ‘rivestito di autorità’ è dunque colui che adempie al suo ufficio, ‘che ottempera al proprio dovere’, chi ‘offre servizio’. Immunis è invece chi è esente da incarichi. E’ communis chi compie con (cum) altri un incarico (munus), chi insieme ad altri subisce una autorità.Communis è ciò che non è ‘personale’, ‘proprio’. Ciò che inizialmente è ‘condiviso da altri’ finisce per essere ‘condiviso da tutti’: e perciò ‘comune’ anche nel senso di ‘volgare’ e ‘mediocre’.

Ma al contempo la parola assume un vasto e profondo significato positivo: commun in francese nel IX secolo, comune e common, in italiano e in inglese dal 1200, gemein in tedesco, è ciò ‘che appartiene a più persone’– di qui la comunità politica tipicadel medioevo.

Da communis, ancora in latino, communicare: ‘mettere in comune’, ‘fare partecipe’. (E si torna così –si noti– all’originario significato di ‘scambio’). Fondamentale a questo punto è il passaggio al latino ecclesiastico: Sant’Agostino parla di altari communicare, ‘avvicinarsi all’altare per ricevere l’ostia sacra’.

In questo senso –’dare o ricevere il sacramento della comunione’– già nel secolo X si afferma in francese communier. Il verbo, che diventa communiquer nel 1300, mantiene il significato liturgico, ma vede riaffiorare anche il senso laico: ‘farsi partecipe’. Di qui, sempre nel 1300, communication, ‘partecipazione di una (qualsiasi) notizia’.

Communication ecomunicazione si affermano così in inglese ed in italiano (dove già sul finire del 1200 Dante usava il verbo comunicare nel senso di ‘rendere comune’, ma anche di ‘trasmettere’).

Eccoci infine al moderno significato di ‘exchanging of information’, dove la comunicazione riguarda sì gli uomini, ma anche le macchine. Perché comunicano tra di loro, si spera, i membri di una organizzazione; ma anche reti di computer. Si parla perciò, in inglese, di Communication Technology.

E’ bello però ricordare che accanto a to communicate sopravvive to commune: to commune whit nature, conversazione intima, colloquio con se stessi.

Conoscenza, Knowledge, Know-how

La radice indoeuropea gn-/gen-/gne-/gno- parla di ‘accorgersi’, ‘apprendere con l’intelletto’, ‘sapere qualche cosa’, e quindi: ‘conoscere’.

Da qui il sanscrito janati, ‘conosce’. In greco gignoskein, ‘conoscere’, gnosis, ‘conoscenza’. In latino co-gno-sco (co-,‘con’, -sco ‘cominciare a’); gnarus, ‘che conosce’, ‘esperto’; notio, notitia, ‘conoscenza’. Nell’antico alto-tedesco dalla radice discendono solo verbi composti – -cnaen, -cnahen – ma è per questa via che arriva al tedesco moderno können, ‘sapere’, ‘potere’; e kennen, ‘conoscere’. Nell’antico inglese abbiamo invece gecnawan, poi cnawan, da cui know, ma anche l’ausiliario can, ‘sapere’, ‘potere’.

A knowledge, ‘act, state or fact of knowing’, si arriva (nel 1200) aggiungendo a cnawan -leacan, che ci parla dell’idea di ‘procedimento’, ‘messa in pratica’. C’è quindi un richiamo dell’aspetto dinamico, costruttivo: la conoscenza, infatti, non esiste a priori; può essere solo colta nel suo farsi, nel suo divenire.

E c’è anche a ben guardare l’idea del ‘sapere distintivo’, destinato a restare ‘riservato’, ‘segreto’. Non a caso nel 1200 knowledge stava anche per ‘confessione’: il knowledge è conoscenza che si ammette di possedere, ma che non si ‘divulga’. (L’idea del ‘riconoscimento’ e dell’ammissione’, persa da knowledge dopo il 1200, si ritrova nel 1400 in acknowledge).

Attorno alla metà del 1800 si affermano contemporaneamente, dal greco, due parole nuove. La prima è calcata su episteme, ‘conoscenza’, a sua volta da epistasthai: epi- ‘sopra’, ‘vicino’,histasthai, ‘stare’,’conoscere come fare’. Nonostante l’idea del fare pratico stia più qui che in gnosis, l’epistemologia guarda alla filosofia e alla scienza. Tecnologia, invece, ci parla di come le scienze offrono sostegno alle arti e ai mestieri. La conoscenza non ha valore se prescinde dal ‘come fare’. Stando all’Oxford Dictionary se ne parla per la prima volta sul New Yorker del 14 luglio 1838: “To do the duties of the office to the best of my know-how, and have a stouter man than myself to help me”.

In ogni caso, non si tratta solo di conoscenza codificata, proceduralizzata, descritta da rigorosi modelli, conservata in data bases. Dalla stessa radice indoeuropea deriva (attraverso gnarus) anche (g)narrare. L’unico modo per portare alla luce la conoscenza tacita, per perpetuare un ‘sapere distintivo’, è spesso il racconto, la pura narrazione.

Broadcasting, Narrowcasting, Podcasting

Il primo concerto trasmesso per radio fu eseguito presso la stazione Marconi di Chelmsford (Inghilterra) il 15 giugno 1920: il canto della signora Nellie Melba fu ascoltato da navi in mari lontani, ed anche in America. Allora nessun italiano si sognava di parlare di broadcasting. Esisteva una espressione che pareva perfetta, radiodiffusione. Broadcasting si affermerà da noi solo negli anni ‘50, con l’avvento della televisione.

Dietro occhieggia inattesa una potente metafora, che ci riporta alle origini remote della cultura, ed al Vangelo. Il seminatore, con gesto lento sparge il seme. Potrà essere beccato e portato via da un uccello, potrà restare sterile, o potrà dare frutti. Nel caso delle ‘comunicazioni di massa’ il seme è veramente diffuso alla cieca: si tratta, appunto, di una ‘seminagione per spargimento’. Broad: ampia, vasta estensione. To cast: ‘gettare’, ‘lanciare’.

Il Broadcasting è dunque il più tipico dei mass media, che nasce al centro e si rivolge alla periferia.

Opposto il modello reso possibile da Internet. Non un’antenna centrale gestita in concessione governativa, ma il territorio coperto da una retedi connessioni a chiunque accessibili, sia in emissione, sia in ricezione. Così è possibile ‘scaricare’ (download)contenuti (testi, musica, immagini). Ma è anche possibile organizzare i contenuti in veri e propri programmi e palinsesti. Dimodoché ognuno può dar vita ad una emittente radiofonica (e in futuro, probabilmente, televisiva).

“They’re the new and growing infrastructure for a new class of ‘casting. It won’t replace old-fashioned broadcasting. And it’s not narrowcasting, which is conceived as broadcasting for fewer people. It’s podcasting. I’ll create an acronym for it: Personal Option Digital ‘casting.” Così scrive Bob Searls, “speaker and consultant on topics that arise where technology and business meet”, sul sito www.itgarage.com il 28 settembre 2004 alle 15 e 19.

Searls sa che il modo più comune di ascoltare questi ‘programmi’ passa attraverso uno strumento preciso, l’Ipod, e che per questo, con espressione gergale, si era cominciato a parlare di podcasting. Ma vuole affermare che la portata dell’innovazione va ben oltre quel prodotto commerciale. Perciò inventa l’acronimo.

Nella prima metà del 2005 la nuova parola è accolta nell’Oxford Dictionary


[1] Tratto da Francesco Varanini, Le parole del manager. 108 voci per capire l’impresa, Guerini e Associati, 2006.

Futuro

Il greco physis è tradotto in latino natura, con una certa ragione, se ricordiamo che natura deriva da natus -così come statura, idea astratta delle ‘stare’, deriva da status-. Ma il senso del greco è ampio, e forse per noi -ormai troppo lontani da quella visione del mondo- inafferrabile: physis è ‘in crescita’; in senso più ampio è più profondo è conoscenza primaria e intuitiva dell’essere: il cielo, la terra, le pietre, le piante e gli animali, l’uomo e la storia, sono frutto dell’agire di uomini e dei, e quindi destino.

Con sfumature e percorsi diversi, il concetto si sviluppa in altre culture. In sanscrito bhava è ‘divenire’, ‘essere’, ‘esistere’, ‘accadere’; ‘modo di essere, di agire, di sentire’, ‘amore’, ‘devozione verso Dio’.

Il persiano budan è -ancora- ‘essere’.

In origine sta la radice indeuropea bheu -‘crescere’, ‘nascere’, ‘diventare’. E quindi ‘essere’, e ‘abitare’.

In area germanica la radice si evolve in bu. Da qui, un senso di ‘abitare’. Da cui, in inglese, build, ‘costruire’; booth, ‘cabina’; bower, ‘alcova’, ‘pergolato’. Ma sopratutto l’ampio senso dell’‘essere’: ecco così in tedesco la prima e seconda persona singolare, bin e bist. E in russo byt, ‘essere’, ‘vita quotidiana’. E in inglese be.

In latino la radice bheu è fonte di fuo, antico verbo che poi -nel senso di ‘io sono’- è stato sostituito da sum. Futurus, è participio futuro di fuo. A differenza di altre lingue, in italiano il participio futuro non esiste. Per averne l’idea, dobbiamo ricordare parole che sono versioni italiane di participi futuri latini: nascituro: ‘che nascerà’; venturo: ‘che verrà. Futurus significa quindi: ‘che sarà’, ‘che è per essere’.

I latini distinguevano: facta e futura. Facta: ciò che è compiuto, realizzato, ciò che ha ormai preso una forma inalterabile. Ciò che ormai è scritto sui libri contabili. Ciò che ormai è dato.

Futura, ciò che deve ancora accadere, e dunque il tempo sul quale possiamo incidere. O sul quale possiamo scommettere, come accade con i futures, contratti che implicano una scommessa: indovinare il valore che avrà un bene, in un certo giorno avvenire.

Ma non solo la finanza riguarda il futuro. Altrettanto possiamo dire del lavoro, degli affari, dell’impresa, dell’azienda. Le azioni possibili sono nuove azioni. Ciò che possiamo fare è fare ciò che non abbiamo ancora fatto.

A ben vedere, il presente non è che il futuro più vicino a noi, il primo momento del tempo sul quale possiamo incidere. Il futuro è implicito nell’ora -in origine ‘stagione’- che stiamo vivendo. Sta a noi portarlo alla luce.

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Tratto da: Francesco Varanini, Nuove parole del manager. 113 voci per capire l’azienda, Guerini, 2011.

L’etica negata: l’equilibrio perduto si può ripristinare?

Possiamo essere protagonisti più consapevoli di una progettualità migliore?

Concentriamoci sull’azione

 

COSA VUOL DIRE ESSERE LIBERI

Quando parliamo di etica dobbiamo parlare del significato che vogliamo dare a “essere liberi” tenendo conto che siamo nell’ambito di una relazione tra almeno 2 persone, che c’è la presenza di un Altro e che

la relazione implica un’azione.

Senza libertà non c’è etica perché non siamo liberi di scegliere il comportamento adeguato alla situazione –alla relazione- e di decidere l’azione conseguente.

Essere liberi  vuole anche dire creare le condizioni per introdurre l’etica nell’ambiente di lavoro.

Quanto siamo attivi su questo fronte?

 

TANTE ETICHE INDIVIDUALI

L’etica e quindi la business ethics accoglie tante diverse ottiche quanti sono i protagonisti della relazione.

L’etica degli hacker ad esempio enfatizza il dire, il condividere perché c’è il presupposto che la condivisione dell’informazione è un bene e un vantaggio di straordinaria efficacia. Scrivendo un free software l’hacker ha il dovere etico di condividerlo, secondo il convincimento dell’Accademia di Platone dell’idea “concertata” nella quale la conoscenza viene condivisa liberamente.

Ma in una nostra azienda quanto sarebbe praticabile questa ottica?

Perché l’ottica dell’hacker è ispirata da motivazioni diverse da quelle del capitalismo protestante dell’etica del lavoro e da quello della net-economy del denaro. Per l’hacker nelle motivazioni c’è la passione, la creatività, la vita sociale e anche l’intrattenimento, il divertimento … in questa sua ottica l’etica negata non ha diritto di esistenza.

Abbiamo un’ etica da proporre alla nostra azienda?

 

ETICA IMPEDITA

nell’ottica dominante del nostro attuale sistema di lavoro parlerei di etica impedita prima che negata. Negare implica infatti una fase di ascolto, di apprendimento, di valutazione e decisione. Il dilemma etico si pone, chiede un’azione e lo si affronta: Sì/No. C’è comunque un impegno.

Invece spesso dobbiamo affrontare una sorta di congiura del silenzio che si concretizza in negazione dell’etica come notizia non data –non voluta dare-, a partire dal  mondo del business a quello del giornalismo. L’etica negata ha un aspetto non solo privativo ma aggressivo e vagamente punitivo.

Ogni professione ha una sua identità, un suo scopo di essere che la caratterizza e questo scopo deve avere una relazione, più o meno stretta, col bene comune. Se non c’è lo spazio per l’ethos comune dobbiamo rivolgerci sempre di più a norme che impongono comportamenti e azioni e così limitano l’assunzione delle responsabilità individuali.

E’ quello che sta accadendo: la disinformazione ci impedisce, anche quando lo vogliamo,  di essere etici.

Per evitare l’insidia dell’etica impedita – o velata – spesso anche inconsapevolmente  dobbiamo essere dei buoni sorveglianti più propensi a unire, come esorta Edgar Morin, che a separare.

Siamo consapevoli dell’etica impedita e cosa possiamo fare per contrapporci?

LA TRAPPOLA DELLA LEADERSHIP

Tutti noi in qualche modo amiamo essere leader, vederci riconoscere qualità da leader, facciamo e consigliamo ai topo manager corsi di leadership. Ma il leader per essere tale ha bisogno di followers in mancanza dei quali non serve. Chi vede o riconoscerebbe un leader con 8 seguaci?

Il problema etico nasce quando il leader per avere tanti followers assume atteggiamenti e pretende eccezioni non consentite agli altri normali, la cui ammirazione nasce proprio dall’eccezionalità del loro capo che “ può permetterselo …  “  . Lui pretende – e ostenta – una immunità etica che invece gli altri sono tenuti a rispettare e ciò nonostante – o proprio per questo – lo riconoscono  leader.

Il buon leader, senza rinunciare alle sue doti deve essere consapevole che più della metà della sua vita personale e professionale la passa dall’altra parte del banco, follower come gli altri. Per i suoi bisogni fisici, intellettuali, di salute, per ignoranza o incompetenza, dipende da altri– il pilota dell’aereo, il commesso di banca, il chirurgo, il cuoco, il contabile, il maestro di tennis, l’operatore telefonico – che in quella specifica situazione sono loro il leader.

Come leader, siamo dei buoni followers?

GOODNESS E COMPASSIONE

Con questa consapevolezza egli  non negherà il rispetto del lavoro e  la dignità personale ai suoi followers, non li scollerà dalla loro l’etica personale  e lui sarà un buon leader. Sarà animato non già dalla comoda e distaccata “comprensione”  ma dalla compassione, la sua capacità disinteressata di partecipare “ all’altro “ e dell’altro. E non avrà pudore o paura di usare la parola “ bontà “, gli sarà familiare il termine “ goodness “ e sarà capace di dimostrare la formidabile integrazione tra i due atteggiamenti mentali, i Due Mondi di Martin Buber, Io – Tu, il mondo della relazione: la Bontà e il Guadagno che vivono e si alimentano  delle stesse azioni:  Listen, Affirm, Play, Share, Talk, Imagine.

Siamo capaci di provare compassione, e di dimostrarla?

IL MONDO IRRESPONSABILE

Un altro aspetto dell’etica negata è l’irresponsabilità. Il comportamento scriteriato della mia azienda, del mio studio professionale, del mio negozio, della mia famiglia, della mia squadra di calcio … genera delle reazioni di cui devo considerare le conseguenze come azioni personali.

Altro esempio.

Il claim “passion to perform” di una grande banca tedesca. Quando hanno approvato la campagna (chi?) che cosa intendevano per “passione”, e di  chi? Della sede centrale, delle agenzie, dei topo manager, dei promoter finanziari? Passione, come ha rilevato Hans Kung indica uno stato d’animo di eccitazione spesso difficile da governare. E infatti, con la crisi economica tutt’altro che finita, la banca “persegue un utile del 25% al netto delle tasse”.

Qualcuno, nella banca e della banca, si sarà certo chiesto come questo sia possibile senza superare i livelli di rischio accettabili, e a scapito di chi? E’ evidente che a quel qualcuno non è stata consentita  la stessa “passione” di opporsi alla campagna e le conseguenze della nuova decisione irresponsabile coinvolgeranno ancora una volta tutti gli stakeholder a beneficio ancora una volta di pochi shareholder.

Siamo pronti  ad agire subito  non unendoci  agli irresponsabili?

INVITO ALL’AZIONE: RESET

Le conseguenze dell’etica violata – negata, nascosta, impedita, velata – le vediamo quotidianamente in quella che Bauman ha definito  Modernità Liquida , l’esigenza irrinunciabile di avere a portata sempre e comunque un’ Exit per rinunciare a un lavoro  che non soddisfa , non dover affrontare un impegno, liberarsi di una relazione difficile senza affrontare il dilemma etico.

Ma è anche possibile ripristinare l’equilibrio perduto –se c’era- decidendo di assumersi la propria parte di responsabilità da buon cittadino. E, accettando l’impegno etico,  prendendosene anche un po’ di quella dell’Altro.

Bruno Bonsignore

15 aprile 2011


Non esiste la Business Ethics

La personalità, il carattere del management è l’asset intangibile che in definitiva determina l’etica di un’azienda.

L’etica non consiste nel determinare cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché le scelte raramente sono così chiare e definite, ma piuttosto nel fare scelte consapevoli in situazioni che spesso si presentano moralmente ambigue. Nessuno standard di comportamento, nessun comitato di supervisione o revisore aziendale del comportamento etico può compensare il non rispetto dell’etica personale.

Le violazioni etiche negli affari sono ormai destinate a comparire sempre più spesso sulle prime pagine dei giornali; d’altra parte le società sono fatte di persone umane, ben lontane dalla perfezione, e nella vita si commettono moltissimi errori. Un’azienda può essere pensata meglio come l’estensione della famiglia, una famiglia a volte  non funzionale, fatta di stakeholder con interessi diversi e spesso conflittuali.

Anche se l’azienda può procurarsi una forma di legittimazione morale con campagne sociali e atti filantropici, è con il comportamento etico messo in atto dai suoi manager che comunica all’esterno la sua visione. Non c’è nulla di più rivelatore della reazione dei manager anziani alle inevitabili scorrettezze commesse dalla  loro società.

Gli errori fanno parte della vita, il carattere si vede nelle avversità. Non esiste la business ethics ma solo l’etica individuale degli uomini e delle donne che lavorano.

 

Business Horizons, Archie Carroll, 1991