Assoetica

Finanza (di Francesco Varanini)

La crisi che abbiamo sotto gli occhi è caratterizzata da un paradosso: se ne può uscire se si diffonde fiducia. Ma le persone che ci chiedono di avere fiducia non ci appaiono degne della nostra fiducia. E le rassicurazioni ci appaiono dovute: fa parte dei compiti di chi sta al vertice, in questi casi, diffondere fiducia. Perciò crediamo che gli inviti alla fiducia siano atti dovuti, non atteggiamenti fondati su una spontanea convinzione. E quindi l’invito alla fiducia fa in realtà perdere fiducia.

Forse qualcuno dovrebbe dire più chiaramente: non sappiamo cosa fare, cerchiamo insieme.

Forse dovremmo ricominciare chiedendoci: a cosa serve la finanza? Quale è il suo fine, e quale deve essere il suo limite? Utile quindi ricordare che la parola finanza ci parla proprio di fine, nel doppio senso di ‘scopo’ e di ‘limite’.

Il fine –‘lo scopo’, ciò a cui si mira– e la fine –‘la conclusione’, ‘il termine’– ci appaiono concetti differenti. Ma l’etimologia ci aiuta a vedere l’originaria idea: il limite ultimo, il punto, o luogo, oltre il quale è impossibile andare.

In latino, infatti, finis sta anche per ‘acme’, ‘picco’, ‘altezza’, finis terrae: oltre il quale non c’è nulla. Nel latino medievale sta anche per ‘pagamento a saldo’, ‘regolamento di rapporto’, ‘pagamento di tributo’. Del resto in greco: tele, plurale di telos, ‘fine’, era usato per ‘servizi dovuti’, già in un senso vicino a quello degli attuali ‘servizi finanziari’.

Si giunge così all’antico francese finir: ‘mettere pace’, ‘risolvere con un accordo’, ‘concludere’, ‘portare a buon fine’ – o, più brutalmente, ‘farla finita’. Alla somma di denaro –espressa dall’alterazione finer: ‘pagare alla fine’– si arriva, sembra, tramite la ‘somma pagata per punizione, per compensare un’ingiuria’.

Finance è, dalla fine del 1200, in senso generico,‘pagamento’, ‘riscatto’; poi anche ‘denaro’ e ‘tassazione’. Ma già dall’inizio del 1300, per lo più con il plurale finances, è l’insieme delle attività economiche dello stato che contemplano l’uso di denaro. Qualcosa di vicino al budget, e di più ampio del fisc (come l’italiano fisco, dal latino fiscum, ‘cestello’ e quindi ‘cassa dello stato’).

Financier, dalla metà del 1500, è colui che ha la ferme (l’appalto) o régie (‘amministrazione’) dei diritti del re. Ma ancora due secoli dopo François Quesnay (Tableau économique,1758) si esprimeva ancora con poca precisione tecnica: “le pecul ou la finance du royaume”. (Pecul: oggi pécule. Dal latino peculium, ‘beni posseduti’, da pecus, ‘pecora’, e in genere ‘bestiame’; da cui pecunia, denaro).

Dal francese, nel frattempo, finance e finances passano alle altre lingue. Guicciardini scrive nel 1540 di “amministrazione delle entrate regie, che in Francia dicono sopra le finanze”. In inglese finance nel 1400 sta per ‘riscatto’e poi anche per ‘tassazione’. Nella seconda metà del 1700 sta per ‘manage’ e per ‘pecuniary resources’. Tra l’inizio del 1800 si consolida il significato di ‘management of money, banking, investments, and credit’.

Poi la finanza si è fatta più astratta. “Finance is the art of passing money from hand to hand until it finally disappears”, diceva Robert W. Sarnoff, Chairman della RCA. Ricchezza virtuale, appare talvolta priva di altro scopo che non sia la propria esistenza. Senza fine, senza un attimo di respiro.